La salute degli europei: un diritto da riconquistare

Su The Lancet, una delle più prestigiose riviste mediche internazionali, è apparsa una serie di articoli di Martin McKee, professore alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, che lancia un grido di allarme.  Il protrarsi della crisi economica-finanziaria avrebbe già provocato danni evidenti e quantificabili alla salute dei cittadini dei vari paesi europei.  Una parte di questi danni dipenderebbe dall’aumento dello stress fisico e mentale, dovuto alle condizioni di insicurezza generalizzata.  Ma una parte ancora maggiore dipenderebbe dai tagli dissennati alla spesa pubblica, quindi anche alla sanità, che in talune nazioni avrebbero già ridotto il livello dei servizi medici, di routine come di emergenza, al di sotto di ogni accettabile standard.

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Il caso della Grecia è il più clamoroso.  La trojka finanziaria ha imposto una forzata riduzione del budget destinato ai servizi sanitari, e i risultati insieme drammatici e grotteschi si sono fatti sentire.  I reparti di pronto soccorso dei vari ospedali di una zona sono disponibili solo a rotazione, con gravi rischi per chi non possa informarsi su quali siano aperti; gli ospedalieri invitano i parenti dei malati a comprare i farmaci e a introdurli nell’ospedale; i parenti stessi sostituiscono gli infermieri in molte operazioni di cura, e intanto questi ultimi guadagnano sempre di meno, lavorano sempre di più, hanno sempre più stress, sono sempre meno efficaci.  Chi è disoccupato da più di un anno perde l’assicurazione sanitaria, il che aggiunge problemi a problemi e vanifica del tutto il diritto alla salute: la salute stessa assume una spiccata connotazione classista.

Non possiamo arrenderci all’amarezza dello stato di cose presente.  In primo luogo è evidente che la politica fino ad oggi seguita nei confronti della Grecia non solo è errata, ma va contro i principi stessi dell’Unione Europea: è evidente che i governanti devono sempre e comunque rendere conto della salute dei cittadini, e non c’è esigenza economica che tenga.  In secondo luogo, però, non si tratta solo della Grecia: recentemente ha fatto scalpore un’inchiesta, nella stessa Gran Bretagna, che mostra l’evidente impotenza del sistema sanitario nei confronti dell’invecchiamento della società e della contemporanea mancanza di risorse.

In terzo luogo, tuttavia, dobbiamo chiederci seriamente come uscire da un tale scenario, andando avanti e non indietro.  Ammettiamo per un momento che la Grecia esca davvero dall’euro e che torni la dracma, come alcuni partiti politici oggi iniziano ad auspicare.

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A parte i rischiosi effetti dell’inevitabile deprezzamento della moneta – leggi aumento del costo delle materie prime e inevitabili speculazioni finanziarie – crediamo davvero che l’economia della Grecia possa con questa mossa divenire così fiorente da garantire ai suoi cittadini una parità di diritti sanitari con i cittadini di stati europei più fortunati?  Invece di agitare l’obiettivo ideologico della “sovranità monetaria” non è il caso di battersi per un federalismo europeo in cui una gamma sempre più ampia di diritti possa essere condivisa da tutti, indipendentemente dalle nazioni e dalle regioni in cui si trovano a vivere?  Non dobbiamo definire standard accettabili, nella sanità come nell’educazione, sotto i quali non si può in nessun caso andare?

Evidentemente abbiamo bisogno di una profonda trasformazione dell’Unione.  Abbiamo bisogno di regole fiscali comuni, o almeno convergenti, di un budget comune che sappia redistribuire priorità e allocazioni, di una guida politica autorevole che può derivare solo dall’elezione di un governo europeo da parte del parlamento europeo democraticamente eletto.  Avanzare verso il federalismo europeo o regredire verso l’età delle sovranità conflittuali e impotenti: questo è il vero dilemma europeo dei nostri giorni.