L’Europa e il mondo, fra globale e locale

La svolta epocale del 1492 ha dato il via a uno dei tratti essenziali della storia globale nell’età moderna: un’intensa europeizzazione e, in seguito, un’occidentalizzazione del mondo. Questi processi continuano anche ai nostri giorni, pur se in maniera differente. Nel passato come nel presente l’identità europea viene costantemente reinventata dalle sue relazioni con il mondo.

Oggi, però, la posizione dell’Europa è molto diversa da quella di un secolo or sono. Non più centrale ma provinciale: è un semplice nodo, anche se molto rilevante, di una rete globale policentrica. L’Europa è così sollecitata a ricercare nuove possibilità per il suo futuro e per il futuro del mondo, riscoprendo e reinventando gli aspetti creativi della sua storia, delle sue culture, delle sue identità.                                                                                                                         European-map-with-countries-flags-and-borders-Stock-VectorNel mio libro L’Europa globale. Epistemologie delle identità, analizzo appunto la complessa storia europea e le radici profonde di quel tentativo, in atto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, di dare un’adeguata espressione politica all’identità culturale polifonica dell’Europa, spesso controversa, ma che ha comunque saputo resistere ai nazionalismi, agli autoritarismi e ai totalitarismi del ventesimo secolo.                                                    Il policentrismo europeo, nei casi più felici, ha incentivato la creazione di un tessuto di relazioni fra culture anche assai disparate: i movimenti politici, culturali e nazionali europei hanno sempre avuto una risonanza ad ampio raggio, accogliendo protagonisti di diverse origini, appartenenze etniche ed identitarie e mettendo in relazione spazi, tempi e mondi variegati e talvolta eterogenei.                                                                                                                 Oggi la rapidità dei mutamenti sociali e tecnologici in atto, insieme all’impatto profondo sul nostro continente dei conflitti e delle tensioni di un mondo sempre più interconnesso, ha messo in crisi gli equilibri faticosamente raggiunti dalla costruzione europea negli ultimi decenni.  La biforcazione è cruciale: andare avanti verso il compimento dell’unione politica almeno di alcuni paesi europei (probabilmente quelli che oggi aderiscono all’Euro) oppure essere riuscchiati all’indietro in quell’età dei nazionalismi miopi e risentiti che non accenna a chiudersi?

Di ciò parliamo nel seguente dialogo-intervista con Arianna Barazzetti

Arianna Barazzetti – Le identità certe, monolitiche ed indiscutibili sono ormai da considerarsi anacronistiche e anzi pericolose.  Quali possibilità ha l’Europa per ripensare le proprie identità e le proprie diversità durante l’era della globalizzazione?

Gianluca Bocchi – Le identità che noi consideriamo certe e monolitiche sono sempre state oggetto di costruzioni storiche, talvolta anche recenti o ancora in divenire. Spesso queste identità, che si sentono e si credono indiscutibili, celano la loro reale natura costruita e transitoria dietro meccanismi di comunicazione retorici, volti ad assicurare gli interessi a breve termine di coloro che se ne servono.  La funzione mobilitatrice di tali identità è potente, ma proprio per questo rischia di diventare estremamente distruttiva e autodistruttiva.

Nel contesto di panorami politici e sociali di lunga data, costantemente riemergenti nell’ultimo secolo, frequenti e abituali sono state e ancora sono le strategie che slobodefiniscono un’immagine compatta del nemico e che per far ciò pescano a piene mani nel campo confuso e contradditorio delle identità etniche, nazionali o religiose, molto più ricco di narrazioni alternative e complementari di quante possano emergere nel discorso nazionalista. Tali strategie, assai comode per consolidare i totalitarismi, gli autoritarismi e anche varie forme di democrazia autoritaria, finiscono col far collassare la molteplicità delle narrazioni possibili su di una sola narrazione fantasmatica.  Spesso si rivelano un disastroso boomerang, che si ritorce contro coloro che le hanno adottate.                                                                                                                                        Risulta allora prioritario e necessario un consapevole lavoro interdisciplinare, per far comprendere alle opinioni pubbliche e alle stesse classi dirigenti la grande complessità che le idee di identità e di confine hanno assunto nella storia europea. Queste idee hanno a che fare con processi storici e sociali in cui le teorie e le pratiche delle identità e dei confini si mostrano in tutta quanta la loro ambivalenza: fattori ad un tempo costruttivi e distruttivi, mobilitatori e cristallizzatori.                                                                                                   I confini, come del resto le identità, derivano da lunghi processi di costruzione che affondano sempre le proprie radici in spazi e in tempi eterogenei e differenti. Non possono essere considerati inevitabili o necessari, ma vengono in essere attraverso conflitti, compromessi, e spesso anche attraverso una notevole creatività.                                                                                                                        GalataSe trasformassimo anche sul piano propriamente epistemologico, quello che ci appare come cosa data in processo, ecco che potremmo allargare lo spazio in cui pensare tanti problemi teorici e pratici che tormentano il nostro continente.  Mentre le identità rigide e statiche sono esclusive, nel momento in cui iniziamo ad interpretare le identità stesse come realtà costruite al crocevia di diverse narrazioni, ci rendiamo conto che esse possono essere anche di tipo inclusivo, tali da condurre alla condivisione e alla sovrapposizione di territori ed etnie.
                                                                                                                                Arianna Barazzetti – Possiamo quindi sostenere che qualunque cittadino europeo porti in sé una moltitudine di mescolanze?

Gianluca Bocchi - Nei vari piani culturali, etnici, linguistici, genetici ogni cittadino europeo ha un’identità molto ricca e variegata. Se costruissimo un albero genealogico di un qualunque cittadino europeo vedremmo che gli apporti ancestrali che lo permeano provengono da ogni parte.  Le varie regioni d’Europa presentano una notevole permeabilità culturale anche nelle tradizioni popolari.  Ovviamente le élites hanno avuto un grado ancora maggiore di permeabilità culturale, che ha dato ad esse un ruolo fondamentale di tramite tra le varie culture d’Europa.  L’età degli indurimenti nazionalistici ha in parte eclissato, ma non certo dissolto, la multispazialità e la multitemporalità delle radici individuali e collettive dei cittadini del nostro continente.

Le identità europee, ad uno sguardo attento, sono quanto di più permeabile, mosso, evolutivo si possa concepire.  Anzi, una loro indagine potrebbe essere una via esemplare per comprendere il carattere processuale e inclusivo di qualunque genere di identità, a qualunque livello di generalità ci si voglia collocare.  Le identità europee non sono separate, ma si sovrappongono, anche se molti politici e intellettuali hanno frainteso completamente la loro missione e hanno cercato di rendere separato ciò che strutturalmente era ed è sovrapposto.                                                                                                 Czeslaw MiloszTutto ciò scaturisce non solo da molteplici esperienze sul campo, ma anche dalle narrazioni di vario genere provenienti da tutte le culture europee. Pensiamo soltanto alla grande letteratura dell’Europa centro-orientale: tanti romanzi, racconti, biografie degli autori che sono vissuti in quest’area così tormentata ci fanno intravvedere tante stratificazioni e sovrapposizioni culturali caratteristiche di questa o quella città, di questa o di quella regione.  Il più delle volte, le vicende tumultuose di un ventesimo secolo così drammatico ha attentato a queste stratificazioni e a queste sovrapposizioni, senza tuttavia cancellare del tutto la loro memoria.

La grande contrapposizione che così si palesa è quella tra una visione processuale e una visione statica delle identità, tra un’idea di identità flessibile e un’idea rigida.  La contrapposizione fra queste due visioni riguarda anche e soprattutto la relazione con la storia. La visione processuale delle identità è infatti in accordo con i processi storici e sociali che hanno sempre fatto dell’Europa un luogo di incontro e, nello stesso tempo, di confronto e di scontro fra identità molteplici, in un’ambivalenza di integrazioni e di separazioni che non può essere sciolta e semplificata.  Al contrario, una visione delle identità rigide ed esclusive conduce spesso a narrazioni fantasmatiche, tendenziose e ingannevoli, atte a immaginare una storia a senso unico per trovare nel passato ipotetici sostegni ai vincitori del momento.  Queste narrazioni sono certo mobilitatrici di energie, ma queste energie sono soprattutto distruttive e autodistruttive, basate su motivazioni contestabili che quando sono smascherate lasciano un paesaggio devastato, sul piano materiale non meno che sul piano simbolico.

Arianna Barazzetti – Il mito nazionale, dal punto di vista storico, è un agente che ha promosso e sostenuto un passaggio dal locale al globale attraverso il quale si è formata l’Europa moderna.  Quali implicazioni profonde ha avuto un tale processo?

Gianluca Bocchi – L’onnipresenza delle comunità locali è un aspetto di grande rilevanza nella storia europea, che oggi deve essere compreso e ripensato. Nella gran parte della storia europea la massima parte dei cittadini vivevano in comunità locali basate sull’agricoltura, immote e chiuse su se stesse. Questo aspetto del paesaggio umano d’Europa non esaurisce certo la complessità della sua storia: accanto ad esso appaiono anche comunità cittadine molto aperte e creative, come nel caso dei Comuni Lega_anseaticaitaliani, delle Fiandre o della Lega Anseatica, che avevano già la funzione ante litteram delle città moderne: al loro interno vi erano culture plurali, e grazie alle reti commerciali di cui facevano parte esercitavano la funzione di tramite fra culture anche molto lontane l’una dall’altra. Ma in ogni caso, fino ad età moderna inoltrata, la massima parte delle comunità locali in Europa e nel mondo erano caratterizzate dal contatto fisico immediato: non solo nei villaggi contadini ma anche nelle città le comunicazioni tra individui erano in genere molto dirette.

E direttamente comunicavano anche le élites culturali del continente, in una sorta di repubblica delle lettere dai valori condivisi: oggi ci stupiamo della mobilità di queste élites pronte a tenere ricchissimi epistolari o anche a muoversi in cerca delle innovazioni più interessanti senza curarsi troppo dei confini politici ed etnici.

Ma, a parte la rilevante eccezione delle reti cittadine, la gran parte delle comunità locali comunicavano ben poco l’una con l’altra: ogni compagine politica europea possedeva una serie interminabile di barriere interne, trapassate dalle élites ma non dalla massima parte della popolazione.

E’ solo con la nascita di un vero e proprio sistema mondo sul piano economico, che ha avuto origine nell’età delle esplorazioni geografiche condotte dagli europei, che i governanti dei vari stati nazionali del nostro continente comprendono la necessità di mettere in relazione tutte le comunità locali di cui i loro domini erano composti.

Avviene allora una transizione paragonabile a quella che avvenne nel mondo greco, dal tempo della polis all’età ellenistica. Nell’età classica i greci erano concentrati in tante città stato, dove il contatto fisico era fondamentale.  Dopo l’avventura di Alessandro Magno, in età ellenistica, la civiltà greca si diffonde e si disperde, arrivando sino in India e in Egitto: ormai sono coinvolte milioni di persone.  In qualche modo la traiettoria di sviluppo degli stati nazionali europei dell’età moderna è simile.  Per quanto le comunità di partenza siano eterogenee – un villaggio agricolo è molto differente da Parigi – sempre più impellente è l’esigenza e la necessità di far convergere e quasi di fondere insieme tutte queste comunità. E’ un’esigenza posta anzitutto dalle mutate condizioni dell’economia mondiale: le monarchie assolute dell’età moderna avevano bisogno di vasti mercati fatti di consumatori e questo, al di là della loro stessa volontà, ha iniziato a trasformare gli antichi sudditi in cittadini, sempre più dotati di diritti che con il tempo diventano inalienabili.

Nel processo sono coinvolte appunto milioni di persone.  Ciò che non può essere realizzato con il contatto fisico, viene reso possibile sollecitando l’immaginario.  Anche se le differenze di classe e di cultura permangono sostanziali, vi è una notevole convergenza delle visioni del mondo attraverso l’adesione a narrazioni nazionali comuni.  L’idea di nazione diventa sempre più pervasiva proprio grazie a queste narrazioni, che sono basate su un repertorio ricchissimo di miti, di monumenti, di simboli, di eroi.

Human_migrationMa oggi il potere coesivo di queste narrazioni viene sempre più messo in discussione e assistiamo così a una sorta di sgretolamento delle fondazioni delle comunità dell’Europa moderna.  Al di là di ogni retorica e di interventi più o meno nostalgici, i confini appaiono sempre più vulnerabili e permeabili.  Le migrazioni sfuggono a ogni confine, anche e soprattutto perché le migrazioni nascono con il mondo stesso, e sono antecedenti a ogni tipo di confine.

Arianna Barazzetti – Le migrazioni che hanno luogo ai nostri giorni possona dare nuova forza all’idea di confine, ai miti nazionali e ai localismi chiusi e intolleranti?

Gianluca Bocchi – Con la messa in discussione delle nazioni dall’alto dei processi globali (soprattutto, ma non solo, di ordine economico), i confini non possono più funzionare. Possiamo costruire tutti i muri e i reticolati che vogliamo contro i rifugiati e i migranti: però i muri e i reticolati non possono far nulla contro il riscaldamento globale, non possono agevolare la transizione energetica, non aiutano l’innovazione sociale del tutto necessaria per rispondere alle sfide dell’automazione e della maggiore durata di vita delle donne e degli uomini. Del nostro mondo, vi sono sempre più aspetti essenziali che sfuggono a qualunque confine. E poi – lo ripetiamo – non dobbiamo mai dimenticare che le migrazioni sono nate con l’umanità, e che sono primarie e diremmo più flessibili rispetto a ogni pratica confinaria.

Nell’Europa dell’età moderna i confini si sono induriti e sono stati addirittura sacralizzati, e caricati di significati emotivi pronti a contribuire alle detonazioni belliche. L’Unione Europea ha faticato molto a infrangere un tale quadro ma, negli ultimi decenni, la sdrammatizzazione (non l’abolizione) dei confini ha certo contribuito non solo a innescare feconde dinamiche locali transfrontaliere, ma anche a plasmare in senso positivo la mente delle giovani generazioni, che hanno goduto di una mobilità senza pari, anche e soprattutto mentale.  E allora non possiamo che chiederci quali sarebbero le vittime di un Schengen-1nuovo irrigidimento dei confini: lo sarebbero solo i rifugiati e i migranti? O, insieme e forse soprattutto, non lo sarebbero gli europei stessi?

L’inevitabile apertura delle nazioni al mondo ha paradossalmente messo in discussione anche e soprattutto le modaità con cui le nazioni stesse avevano omologato o assorbito le comunità locali. La narrazione prevalente negli ultimi secoli era quella di considerare le comunità locali come il passato, e le comunità nazionali come il presente e il futuro.  Al contrario, molte comunità locali mantengono una capacità di mobilitazione assai pronunciata per cui, senza un plebiscito di tutti i giorni che rinsaldi i legami tra queste comunità locali e le nazioni di cui fanno parte, queste ultime sono a rischio di disgregazione più o meno pronunciato.

Chiaramente un serio problema sorge quando la rinascita delle comunità locali si degrada in localismo. Il localismo indica e comporta la chiusura delle comunità su se stesse, il che è un peccato esattamente parallelo a quello del nazionalismo, che comporta la chiusura delle nazioni su stesse. Il localismo contrasta lo stesso processo da cui le comunità locali oggi sono state rivitalizzate, perché nell’età globale esse sono diventate elementi di reti che le interconnettono alle più diverse aree del mondo.

Arianna Barazzetti – Come si situano oggi le comunità locali all’interno del complesso reticolato globale?

G. B. – Come abbiamo detto il richiamo alle comunità locali oggi è ambivalente.  Accanto al rischio di chiusura si stanno definendo anche nuove possibilità interessanti per la politica, la cultura e anche per l’economia.                                                                         In primo luogo, in un mondo dove moltissimi contatti sociali sono ormai demandati alle reti informatiche o comunque a mezzi di comunicazione “freddi”, possiamo prospettare un sano recupero dei valori del corpo e della fisicità, ritrovando aspetti centrali nella vita della polis tradizionale.  In secondo luogo, vi è una richiesta emergente di maggiore qualità della vita, ispirata anche dalla questione ambientale ma non soltanto da questa e, insieme, vi è una riscoperta delle proprie radici, del proprio genius loci, non più quale fuga passatistica ma quale punto di partenza per l’innovazione.  La posta in gioco è un circolo virtuoso fra conservazione e innovazione che ovviamente è compito della politica alimentare.

ISprawln tali termini si situano ad esempio le questioni urbane contemporanee.  Le città europee moderne hanno attributo un grande valore alla reciproca accessibilità, sia dei loro cittadini l’uno con l’altro sia fra di loro e il mondo esterno.  Oggi questa valorizzazione dell’accessibilità interna ed esterna deve diventare un fulcro della vita di tutte le comunità locali.  Vi è una simbiosi sempre maggiore fra città e “contado”, e la scelta è se questa simbiosi porti a un degrado ambientale e sociale o, sperabilmente, ci spinga a promuovere l’elevazione della qualità della vita individuale e collettiva.

In questo frangente si mostra uno dei maggiori difetti degli stati nazionali moderni e contemporanei, ancora più esasperato nell’ultimo secolo, che è l’eccesso di burocratizzazione.  Le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni avrebbero potuto aiutare a bloccare questo eccesso, e invece rischiano di incentivarlo, oltre a innescare – se utilizzate con scarsa consapevolezza – processi di astrazione e di spersonalizzazione non necessari e non auspicati.  Ecco perché, da parte di molte istanze, vi è un’esigenza di progetti bottom up, che partano dal basso e che completino i tradizionali progetti top down.

Naturalmente, questa interpretazione del locale come risorsa non è da tutti condivisa: anzi il richiamo del locale può diventare preda di nuove forze autoritarie che giocano una seconda carta, il localismo accanto al nazionalismo.

11-de-setembreOggi si torna a parlare di secessionismo per importanti regioni d’Europa, quali la Scozia nei confronti del Regno Unito e della Catalogna nei confronti della Spagna.  Qui non si tratta però di localismo, ma di vere e proprie “nazioni interrotte” che nel corso dei secoli hanno subito gravi torti storici.  Tuttavia le attuali indipendenze di queste nazioni correrebbero il rischio di recidere legami sedimentati, e di alimentare una chiusura nazionalistica.  Ma, certamente, i governi centrali del Regno Unito e della Spagna ancora sottovalutano le ferite inferte a queste nazioni nel passato e sono a tutt’oggi incapaci di trasformare la loro forza identitaria in risorse costruttive per la comunità tutta.  Questa oggi è certamente una fonte di crisi per l’Europa nel suo complesso.

Arianna Barazzetti – Città e luoghi di frontiera, quali vincoli e quali possibilità esprimono?

Gianluca Bocchi -  Fino all’età moderna la gran parte delle società europee, piccole, immote e in massima parte contadine, erano in genere molto omogenee e sottoposte a un grande controllo sociale.  Le città iniziano a fare eccezione già nel secondo medioevo: per le città passano Medieval_Citymolti flussi migratori, si innesca una certa mobilità sociale, i vincoli del controllo sociale si allentano relativamente.  Le città saranno successivamente i luoghi chiave delle unificazioni culturali delle rispettive nazioni, e trasmetteranno i loro valori innovativi nei territori circostanti.                                                                                                                       Ma oggi la tarda modernità si è impigliata in un nuovo tipo di omologazione dei cittadini, dovuto alla burocratizzazione.  Per cui l’interrogativo su quali possano essere i cittadini del futuro non ha una risposta scontata.  Ci chiediamo con apprensione se i processi tecnologici in atto finiscano col generare nuove forme di omologazione e di controllo sociale, o se invece la cittadinanza del futuro possa essere basata su un’interazione costruttiva tra diversità considerate feconde e basilari.  Riusciremo a vivere insieme in quanto diversi, come fra l’altro Alain Touraine ha chiesto con grande acume?

Dinanzi a questa sfida dei nostri giorni le grandi città assomigliano sempre più ai luoghi di frontiera in quanto entrambi questi generi di luoghi sono attraversati da flussi continui, che li rendono difficilmente normalizzabili.  Per le grandi città questo è evidente: su di esse converge ogni tipo di immigrazione (e anche di emigrazione), da vicino, da lontano, dal proprio paese, dal resto d’Europa, dal resto del mondo…  Ma anche i luoghi di frontiera, che spesso sono storicamente multietnici perché tracciare frontiere etniche in Europa è rheinsempre stato molto difficile, sono plasmati da flussi bidirezionali, che possono essere giornalieri, settimanali, mensili, annuali, occasionali, ciclici, stabili…  E’ da notare che in genere questi flussi transfrontalieri apportano un guadagno per l’economia e per la cultura delle fasce di frontiera di entrambe le nazioni confinanti.

Oggi abbiamo dunque la necessità che si inneschi un circolo virtuoso fra i valori nazionali e quelli locali.  Indubbiamente la rinascita delle dimensioni regionali e locali mette in crisi le omologazioni spesso imposte dagli stati nazionali, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di un nuovo patriottismo che integri le comunità locali e le metta in relazione evolutiva, altrimenti le comunità locali non farebbero altro che ripetere su una scala in miniatura gli errori degli stati nazionali moderni.  E’ chiaro che dinanzi agli impetuosi cambiamenti apportati dai processi di globalizzazione la reazione psicologica di chiudersi su se stessi rischia di essere sfruttata in forma miope e autodistruttiva da chi cavalca l’onda del populismo. Ai politici che non vogliono rassegnarsi a questa degradazione spetta oggi una notevole dose di responsabilità, e diciamo anche di cultura, per aiutare i propri cittadini a rielaborare le loro sensazioni di incertezza e a vedere nuove possibilità per il loro stesso futuro.

Creare contesti favorevoli perché le tante diversità di cui oggi si compone l’Europa possano non solo interagire, ma costruire insieme è oggi più che mai un compito politico importante a tutti i livelli territoriali, da quelli nazionali a quelli locali.  E’ una necessità ineludibile, se vogliamo che il nostro continente rimanga un laboratorio di creatività e di innovazione, riannodandosi con ciò alle pagine migliori della sua storia e combattendo la tentazione di riproporre la via distruttiva delle sue pagine oscure.


Da Timbuctù a Mosul: la cultura, contro l’implosione della mente umana

Timbuctù, la città situata nel Mali settentrionale ai bordi del deserto del Sahara, è una località africana ricchissima di storia.  Dal trecento al seicento è stata un centro commerciale e culturale della massima importanza, nell’ambito di tre grandi imperi che si sono succeduti nella regione: Mali, Songhai, Marocco.  Di conseguenza ha accumulato un inestimabile patrimonio, architettonico e librario.  I manoscritti qui conservati sono una fonte di conoscenza inestimabile per molti aspetti della storia africana, e in particolare per la diffusione dell’islam in Africa occidentale, che ha avuto luogo nei secoli del nostro medioevo sulla scia dei commerci trans-sahariani.  Ma quando nel 2012 un gruppo di integralisti islamici prese transitorio possesso della città, i conquistatori non persero tempo per spianare architetture sacre e per bruciare manoscritti preziosi.  Fortunatamente gran parte dei manoscritti è stata messo in salvo dall’abnegazione degli abitanti del luogo, che li hanno trafugati segretamente e poi li hanno conservati lontano dal fronte bellico, a Bamako, capitale del Mali.

TimbuktuL’attacco sconsiderato contro patrimoni culturali di enorme valore non è un misfatto nuovo, da parte dei jihadisti sedicenti islamici: il caso dei Buddha di Bamiyan, fatti saltare dai taliban afghani qualche mese prima dell’11 settembre 2001, è ancora ben presente alla nostra memoria.  Ma sconcertante è che i jihadisti di Timbuctù non potevano basarsi nemmeno sulla pseudogiustificazione secondo la quale, nella ristrettissima visione del mondo dei taliban, i Buddha apparivano esponenti di una tradizione culturale estranea, e percepita come nemica.  A Timbuctù vittime della “pulizia culturale” sono stati invece manufatti e testimonianze di uno dei più grandi centri di cultura della tradizione islamica, e non solo d’Africa.  E questo è un indizio pesante che ci fa sospettare che l’attacco non sia rivolto a una particolare cultura o a una particolare tradizione, ma alle culture e alle tradizioni in quanto tali.                                                    La conferma viene purtroppo da Mosul, la seconda città dell’Iraq che da alcuni mesi soffre una surreale occupazione da parte dell’IS.  Le devastazioni culturali operate nella zona, già particolarmente gravi, sono rivolte sia verso tutti i culti che avevano fatto dell’area un luogo straordinario di diversità religiosa, quasi senza pari nell’Eurasia intera, sia verso un patrimonio archeologico ancora più remoto, risalente all’antica Mesopotamia.  Mosul non è Ninivealtro che Ninive, la capitale dell’impero assiro: e i resti delle sue mura, che risalgono al tempo dell’apogeo dell’impero, verso il 700 a. C., sono fra i principali bersagli della distruzione.                                  Ma più gravi ancora sono le devastazioni delle menti che l’IS prospetta.   Nello scorso ottobre i jihadisti hanno riaperto l’università di Mosul, che nel mondo arabo godeva di una buona reputazione.  Hanno però abolito per decreto i seguenti campi del sapere: archeologia, arte, diritto, filosofia, politologia, scienze motorie, scienze turistiche.  E hanno proibito espressamente la discussione sui seguenti temi: cultura, democrazia, suddivisioni geografiche, etnie, libertà, nazionalità, romanzi, storia, teatro…  Per chi non segue tali divieti c’è una sola pena: la morte. Ovviamente l’unico tema permesso, anzi obbligato, diventa lo studio del Corano, nelle aberranti interpretazioni sostenute da al Baghdadi e dai suoi seguaci.  E i professori sarebbero obbligati a prendere servizio in tali condizioni, ove naturalmente è prevista una rigorosissima separazione fra i sessi.  Del destino delle scienze e delle tecniche non abbiamo notizie di prima mano.  Ma da una testimonianza che filtra dalle voci coraggiose di Mosul occupata sembra che nella scuola primaria si sia smesso di insegnare matematica e fisica e che, anche qui, l’unica materia consentita e obbligata sia il Corano.  Ci si chiede, con questo tipo di educazione, come farebbero gli integralisti del futuro a servirsi di internet e a utilizzare al meglio gli strumenti video, o anche solo a progettare e a manipolare strumenti bellici sofisticati, capacità di cui oggi si fanno tanto vanto.                                                                                                                             Non può mancare il rogo dei libri: dei libri considerati “non islamici” e quindi, praticamente, della quasi totalità dei libri.  E l’immagine del rogo dei libri non può che rogo dei libri 1933ridestare in noi la memoria della devastazione totalitaria nell’Europa recente, e in particolare dell’operato nazista.  Il rapporto dei nazisti con la cultura e persino con la scienza è stato talmente estremo da risultare autolesionista.  Resta emblematica una risposta di Hilter, poco tempo dopo la sua presa del potere, a chi gli richiedeva di impedire il licenziamento di scienziati ebrei di notevole valore: per lui, il Reich millenario avrebbe fatto a meno della fisica e della chimica.  E una delle pagine più tragicomiche delle vicende naziste è il dispregio contro le teorie fisiche più innovative del tempo – la relatività e la teoria dei quanti – in nome di una non meglio precisata “fisica ariana”: dispregio rivolto non soltanto all’ebreo Albert Einstein ma anche a Werner Heisenberg, considerato – in mancanza di meglio – un “ebreo bianco”.  Heisenberg fu poi riabilitato dal regime.  E’ ovvio che però, durante la seconda guerra mondiale, quando si trattava di lavorare alla bomba atomica tedesca, egli non si impegnasse più di tanto.  Ed è anche chiaro che durante la guerra alla grande mobilitazione scientifica degli Stati Uniti la Germania nazista seppe opporre molto poco: molti dei suoi migliori cervelli erano già da tempo espatriati in America.                                                                                                                     Anche la storia della scienza in Unione Sovietica ha le sue pagine oscure e grottesche: ricordiamo soltanto il caso Lysenko in campo biologico ed agrario.  E tuttavia, dietro questo estremismo, non dobbiamo dimenticare che il rapporto con la cultura, e con le tradizioni nazionali, dei totalitarismi nazista e stalinista è stato ambivalente.  Da un lato, entrambi hanno sicuramente individuato nella cultura un nemico da combattare con tutti i mezzi: la cultura apre le menti, e introduce crepe e differenziazioni nella cementificazione sociale a cui entrambi aspiravano.  Dall’altro, però, vi è stata anche una serie di tentativi di appropriarsi di elementi delle tradizioni culturali e istituzionali preesistenti: certo, stravolgendole, ma mostrando anche una certa soggezione a vincoli ereditati e alla necessità di mantenere un consenso popolare, oltre a quello basato sul terrore.  Se il loro obiettivo era quello di fare tabula rasa e di creare l’”uomo nuovo”, dobbiamo dire che non ci sono riusciti, anche nei moshostakovichmenti in cui il loro potere appariva saldo.  Così, la grandiosa tradizione russa della poesia, della musica, dei balletti non si è interrotta nemmeno al tempo dei più cupi abissi staliniani, anche se di volta in volta grandi esponenti di queste arti sono stati di volta in volta esiliati od uccisi.  Ma non dobbiamo dimenticare di quanto rispetto – nonostante gli scoppi di ostilità del regime – il popolo russo circondava Anna Achmatova o Dmitri Shostakovich: l’esecuzione della settima sinfonia di quest’ultimo nella Leningrado assediata dai nazisti rimane ancora una grande pagina della reazione della cultura contro la guerra e il totalitarismo.

Ed è proprio parlando dei divieti della musica, delle arti figurative, delle narrazioni, che comprendiamo l’enormità della ferita che l’IS sta infliggendo sia alle tradizioni islamiche che al mondo intero.  Così  l’IS istruisce le sue vittime nel bollare come “non islamici” quei linguaggi espressivi che sono stati al cuore di grandi tradizioni culturali islamiche, sul piano musicale come sul piano delle arti figurative. Pensiamo solo alle miniature della Persia  two loverssafavide, della Turchia ottomana o dell’India moghul per rendercene conto.                                             Ma l’operato dell’IS costituisce una calamità antropologica ben più profonda e ben più grave.  Perché nessuna civiltà presente o passata si è spinta a vietare la musica, la narrazione, la danza, e nessuna civiltà ha disprezzato gli oggetti, i monumenti, e tantomeno le tombe degli antenati.  E per una ragione evidente: che la musica, e ben prima il suono cantato; la danza, e ben prima la comunicazione corporea a molti livelli; le narrazioni immaginifiche e dense di simboli e di miti sono elementi centrali dell’intero processo di ominizzazione, prima ancora che la nostra specie Homo sapiens venisse al mondo e fosse dotata di un linguaggio di grande potere generativo, atto a veicolare informazioni e conoscenze molto dettagliate.  Perché i recenti studi sull’origine del linguaggio ci fanno capire che molto probabilmente, nell’evoluzione delle nostre capacità linguistiche, prima vengono i suoni e i corpi, poi le narrazioni, poi le informazioni e le conoscenze.  Non l’inverso.  Quanto alle arti figurative, basti pensare alle grotte di Chauvet, di Lascaux o di Altamira per comprendere la funzione centrale che esse hanno giocato nella coesione sociale di queste popolazioni ancestrali, anche se i dettagli forse ci sfuggiranno per sempre.  Come una funzione centrale nella coesione sociale hanno svolto l’edificazione di Stonehenge e di altri monumenti megalitici, che forse sono stati costruiti per un impeto collettivo e non già per ordine di un capo.                                 Di questi tempi si parla di post-umano, riferendosi alle conseguenze ambivalenti che gli sviluppi tecnologici possono avere sulle identità umane del futuro prossimo e remoto.  Ma nelle pratiche dell’IS vi è un tentativo di innescare processi di de-ominizzazione, di svuotare gli esseri umani della loro identità primaria in cui si intrecciano culture, linguaggi espressivi, esperienze sensoriali e, insieme, conflitti interiori, discordanze, contraddizioni.  Non a caso questo processo di de-ominizzazione conduce, in un circolo infernale, a comportamenti sono dis-umani, nel senso corrente come nel Continua a leggere

Giappone: ritorno al passato?

Park Geun-hye è stata eletta Presidente della Corea del Sud nel dicembre del 2012.  E’ la prima donna a rivestire questa carica nel suo stato e, più in generale, ad assumere un ruolo così rilevante in un’area del mondo in cui la presenza femminile in politica non è particolarmente diffusa.  Fra tanti radicalismi e irresponsabilità dei paesi vicini la sua voce risuona per autorevolezza e moderazione.  Ha proposto, ad esempio, la costituzione di una commissione comune tra giapponesi e sudcoreani per la riscrittura dei libri di storia, sull’esempio di quanto hanno fatto da tempo tedeschi e francesi, tedeschi e polacchi: la riconciliazione postbellica, che in Asia Orientale a tutt’oggi non è avvenuta, non può che fondarsi sulla diffusione nelle giovani generazioni di una memoria critica, per metterle in grado di soppesare torti e ragioni reciproche e di prendere la distanza dagli errori e dagli orrori del passato.  Non a caso, nell’Estremo Oriente dei nostri giorni, un problema educativo fondamentale è la marginalizzazione delle conoscenze storiche: una studentessa giapponese ha raccontato della compressione, nel suo corso di studi, dell’intera storia umana in un solo anno (!), da Homo erectus alla globalizzazione.

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Così il rifiuto di Park Geun-hye di più stretti rapporti con l’attuale governo giapponese per affrontare i tanti problemi dell’area è un segno forte del disagio dei sudcoreani nei confronti della politica della memoria (o dell’oblio) dei vicini: a tutt’oggi i giapponesi non sono inclini ad ammettere le atrocità da loro commesse nei decenni di dominio coloniale, 1905-45.  Anzi, le relazioni sono sempre sul punto di deteriorarsi ulteriormente, perché è ancor viva la questione delle centinaia di migliaia di donne e di ragazze – provenienti da tutte le nazioni occupate dal Giappone, ma soprattutto dalla Corea del sud – costrette a forza a prostituirsi ad uso e consumo dei militari giapponesi durante la seconda guerra mondiale.  La ferita è sempre aperta:  il governo giapponese aveva avanzato un’ammissione di colpa nel 1993, ammettendo che l’uso della forza e della coercizione non poteva essere negato.  Ma negli ultimi anni alcuni esponenti neo-nazionalisti giapponesi hanno preso le distanze da questa ammissione, insistendo ostinatamente – e senza alcuna ragione da parte loro – sulla volontarietà della prostituzione di queste comfort women, secondo l’eufemismo con cui erano state definite le vittime: lo stesso Yoshihide Suga, portavoce dell’attuale governo, ha sostenuto la possibilità di una revisione della posizione ufficiale adottata dal Giappone due decenni or sono.  Fortunatamente il primo ministro Shinzo Abe non l’ha seguito su questa strada e ha fatto sapere che nessuna revisione è all’ordine del giorno.

China South KoreaLa Corea del Sud e la Cina oggi si trovano dalla stessa parte, per fronteggiare il revisionismo giapponese che non è una frangia minoritaria di estrema destra e che anzi trova espressione insistita in persone vicine all’attuale governo.  Di questo revisionismo vi è un’espressione controllata, ma proprio per questo alquanto irritante: in guerra, soprattutto nel ventesimo secolo, di crimini ne avrebbero commessi tutti quanti e non si vedrebbero motivi particolari per scuse e per ammissioni di colpa unilaterali.  Ve ne sono però anche espressioni più spinte, che considerano i crimini di guerra giapponesi in Cina (come il massacro di Nanchino) puri e semplici prodotti della propaganda statunitense e che si dilatano in un  negazionismo nei confronti dell’Olocausto, nella distruzione di copie del Diario di Anna Frank, in un’esaltazione dello stesso Adolf Hitler.  Questo tipo di revisionismo, che in molti paesi d’Europa è legalmente sanzionato, rischia oggi di diventare in Giappone quasi moneta corrente.  I cinesi, preoccupati, fanno nel contempo notare come il nonno di Shinzo Abe, Nobusuke Kishi, che era stato a sua volta primo ministro negli anni cinquanta, si fosse macchiato di crimini di guerra durante l’occupazione giapponese della Manciuria, e della regione di Shenyang in particolare, negli anni successivi al 1931.                              Il governo di Abe oggi gode di un notevole consenso popolare in Giappone, ma questo non significa che manchino voci critiche autorevoli, anche se al momento minoritarie.  Una delle più significative è quella di Hayao Miyazaki, il grande regista autore di tanti poetici film d’animazione. Nel suo ultimo film – Si alza il vento - ha affrontato proprio il tema Continua a leggere

La morte: ultima frontiera umana

Negli ultimi decenni un campo medico che ha avuto rapidi e sorprendenti sviluppi è quello della rianimazione susseguente all’arresto cardiaco.  In condizioni tecnologiche e operative adeguate, il cuore può essere rianimato anche ore dopo l’arresto.  E in un numero fortunatamente crescente di casi il paziente non subisce danni cerebrali rilevanti e può tornare a una vita normale.  Il fatto è che le cellule del nostro corpo, anche e soprattutto le cellule cerebrali, non necessariamente muoiono subito dopo l’arresto cardiaco.  Ed esiste un tempo critico nel quale si può intervenire, con la dovuta perizia.  Particolarmente delicato risulta l’intervento subito dopo che il cuore sia tornato a battere, perché allora si deve contrastare un processo generale di degradazione che ha già preso il via.  Diventa così necessario un raffreddamento generale delle cellule corporee e l’iniezione di specifiche soluzioni liquide.                                               Già da tempo la morte ci appare un concetto complesso, dal punto di vista medico come da quello etico.  Sono ben noti i casi del cosiddetto coma irreversibile, che si ha quando la respirazione artificiale impedisce l’arresto cardiaco ma i danni cerebrali sono ormai irreparabili.  I problemi etici, coinvolgenti l’espianto degli organi, le volontà del paziente, l’intervento e il non intervento di medici e familiari sono intricatissimi, assai discussi e sempre più controversi.  Qui abbiamo però a che fare con il caso in certo senso inverso: anche in presenza di un arresto cardiaco, il cervello rimane in vita.

sam parnia

Sam Parnia è un grande esperto di quella che con un po’ di enfasi può essere definita la “medicina della risurrezione”.  Nel suo libro Erasing death ci dà un quadro assai stimolante di questo nuovo campo di ricerca e di intervento.  La tesi centrale dell’autore è che la morte è un processo, e in quanto tale dotata di molte fasi: a certe condizioni un tale processo può essere reso reversibile.  Naturalmente Parnia non nasconde le difficoltà del compito.  La rianimazione dopo l’arresto cardiaco è un intervento “che non tollera l’errore”.  L’ospedale deve essere dotato dei potenziali umano e tecnologico adeguati; le operazioni devono concatenarsi nell’adeguato ordine, con l’adeguata velocità, con l’adeguata precisione.  E naturalmente l’intervento ha limiti intrinseci.  Il cuore deve tornare a funzionare in un corpo non troppo gravemente danneggiato: cosa che purtroppo non si verifica in molti drammatici incidenti.  E anche nel caso di molte malattie tumorali o leucemiche terminali, il corpo è talmente degradato da ripresentare ben presto condizioni che condurranno a un nuovo arresto cardiaco.  Intervenire in questi casi significherebbe solo un inutile accanimento terapeutico.

titanic

Ma quello che è importante da comprendere che siamo in presenza di una frontiera umana e tecnologica mobile: quello che cent’anni fa era impossibile oggi può divenire possibile.  Parnia ci presenta il caso di una donna giapponese trovata in condizioni di ipotermia alcune ore dopo aver subito l’arresto cardiaco: essa è tornata in vita, dopo una rianimazione altrettanto lunga, perché il raffreddamento generale del corpo agevola la conservazione delle cellule e la reversibilità dei processi vitali.  Oggi avremmo potuto salvare molte delle vittime del naufragio del Titanic, avvenuto cent’anni or sono.  I primi soccorritori arrivarono due ore dopo il naufragio, e trovarono in acqua molti corpi a una temperatura bassissima, pochi gradi sopra lo zero.  Allora questi corpi furono dati senz’altro per morti, mentre oggi faremmo del nostro meglio per salvarli.  E in futuro, quando siano a disposizione organi e parti del corpo di “ricambio”, organici o bionici che siano, potremmo porre rimedio a casi in cui oggi siamo impossibilitati a intervenire.                                                                                                                                      A questo punto il discorso di Parnia prende una piega appassionata, e costruttivamente polemica.   Per troppe persone oggi il confine tra la sopravvivenza e la morte irreversibile dipende da condizioni del tutto contingenti, quali il tipo di attrezzatura e il training del personale medico degli ospedali nei quali o vicino ai quali hanno luogo i rispettivi arresti cardiaci.  Le capacità di intervento sono del tutto diseguali; non esistono normative precise e vincolanti; non esiste nemmeno un campo di ricerca interdisciplinare di scienze della rianimazione: anche in questo caso i confini disciplinari producono una frammentazione degli specialismi e delle competenze quanto mai letali.  Parnia fa riferimento al caso molto Continua a leggere