La lunga marcia della Cina verso occidente

Le vicende geopolitiche dell’Eurasia nell’età moderna hanno distinto nettamente gli sviluppi di Russia e Cina, da un lato, e quelli delle grandi potenze dell’Europa occidentale dall’altro.  Queste ultime hanno costruito i loro imperi coloniali lontano da casa, disperdendo i territori e gli avamposti conquistati e posseduti in tutti i continenti e sotto tutte le latitudini.  Al contrario, sia la Russia che la Cina hanno inglobato enormi estensioni e innumerevoli popoli nel loro stesso territorio metropolitano: il loro colonialismo è stato interno, piuttosto che esterno.  Di conseguenza la Russia non ha avviato un processo di decolonizzazione vero e proprio fino alla disgregazione dell’Unione Sovietica nel 1991.  E la Cina non l’ha avviato a tutt’oggi.

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Le rispettive espansioni imperiali della Russia e della Cina sono state in buona parte concomitanti.  Anzi, i due imperi hanno attivamente cooperato per smembrare un terzo attore: il khanato zungarico, l’ultimo erede dei grandi imperi nomadi dell’Asia Centrale.  Punto culminante della loro cooperazione fu il trattato di Kyakhta (1727), in seguito al quale la Russia zarista si accordava con la dinastia cinese dei Qing per tracciare quella che è ancor oggi è la linea di confine fra Russia e Mongolia: una volta centro del khanato zungarico, la Mongolia era ormai stata incorporata dai cinesi nel loro impero.  Ai nomadi restava un ampio territorio più a ovest, in quello che è l’odierno Xinjiang.  Ma anch’esso fu conquistato e colonizzato dai Qing in rapida successione, dopo la metà del settecento.

Con China Marches West: The Qing Conquest of Central Asia, Peter Perdue ci ha dato un grande affresco di una storia solo apparentemente marginale e dimenticata, ma è che in realtà attualissima, visto anche e soprattutto il “gran gioco” che ha come teatro e come posta l’Asia Centrale a partire dal 1991.  La Cina è un protagonista a pieno titolo di questo “gran gioco”, dato il suo crescente bisogno di risorse energetiche (leggi: gas e petrolio) di cui abbondano, nella regione, soprattutto Kazakhstan e Turkmenistan.  E la Cina ha grande influenza in quanto è una potenza ormai insediata stabilmente nella regione da due secoli e mezzo, coronando un obiettivo che a dire il vero aveva perseguito con alterna fortuna sin dall’antichità.  Ma in passato le sue ambizioni si erano sovente infrante dinanzi alla concorrenza dei popoli nomadi, che a loro volta si erano rivelati temibili conquistatori piuttosto che facile terreno di conquista.  Il punto di svolta finale delle relazioni fra sedentari e nomadi nell’Eurasia settentrionale è dunque un capitolo decisivo della storia del mondo, almeno altrettanto importante – come nota Perdue – della “chiusura” della frontiera nordamericana alla fine dell’ottocento.

Peter Perdue insegna storia cinese alla Yale University, e per questo libro ha utilizzato una  Continua a leggere

Kosovo: per uscire dal lungo ventesimo secolo

La negoziazione è stata lunga, faticosa, talvolta sull’orlo del fallimento.  Ma alla fine la Serbia e il Kosovo sembrano riusciti, sotto gli auspici dell’Unione Europea, a risolvere positivamente la controversia concernente i diritti all’autogoverno della minoranza serba nel Kosovo settentrionale.  Sulla base dell’accordo, i comuni qui abitati dalla comunità serba vengono uniti in un’entità dall’ampia autonomia, garantita dalla costituzione kosovara:  per quanto riguarda le questioni interne i serbi risultano assai tutelati da eventuali intromissioni da parte del governo centrale.

L’accordo equivale dunque al riconoscimento di fatto, da parte serba, dell’indipendenza del Kosovo.  Comporta un vero e proprio capovolgimento della politica ufficiale tradizionalmente tenuta dei serbi sulla questione, che avevano persino iscritto il possesso imprescindibile del Kosovo nella loro costituzione.  Il primo ministro serbo, Ivica Dačić, si era accinto già da tempo a questo passo, convinto che fosse un prezzo ragionevole da pagare per la futura accessione all’Unione Europea.  Dačić è riuscito a convincere buona parte delle forze politiche rappresentate in parlamento, e non s’è lasciato smuovere dalle minacce ricevute dall’estrema destra ultranazionalista.                                                     

Serbia KosovoDiventa concreta la possibilità che l’accordo concluda una vera e propria “guerra dei cent’anni”, fatta di tensioni continue e poi sfociata in conflitto aperto nel 1999.  Sarebbe un passo ulteriore verso la riconciliazione dei popoli dell’Europa centro-orientale, e dei Balcani in particolare.

Il Kosovo era stato assegnato alla Serbia esattamente cent’anni fa, col trattato di Londra del 30 maggio 1913, in conseguenza della sistemazione conseguente alla prima guerra balcanica, che aveva visto l’Impero Ottomano quasi del tutto espulso dal suolo europeo.  Come altri territori balcanici dell’Impero Ottomano, il Kosovo era fortemente multietnico.  Gli albanesi costituivano comunque la maggioranza (circa i 2/3 della popolazione), e i serbi erano la minoranza di gran lunga più importante.

kosovo je srbija

Ma i serbi valutavano l’occupazione militare del Kosovo, poi confermata dal trattato di pace, come il compimento del loro processo di rinascita nazionale, che pochi decenni prima li aveva condotti all’indipendenza.  Il Kosovo era stato uno dei centri del regno serbo medievale, e nel Kosovo avevano sede santuari e monumenti su cui era fondata l’identità simbolica della nazione.  Proprio per questo il possesso serbo del Kosovo non solo è stato tenacemente difeso, con varie strategie, da tutti i governi e i regimi che da allora si sono avvicendati ma è stato anche un’occasione, per questi stessi governi, di ottenere un diffuso supporto popolare.  Tuttavia essi non sono riusciti a incidere sul dato demografico: i ricorrenti tentativi di espulsione degli albanesi, attraverso il ricorso alla forza come pure attraverso discriminazioni più sottili, non hanno dato gli esiti prospettati.

Così la storia si è ritorta contro i serbi: una volta trovatisi in minoranza in uno stato Continua a leggere