La Cina, in cerca di nuovi spazi: dipendenza energetica e attivismo diplomatico

L’impetuosa crescita economica degli ultimi decenni, con tutti i sommovimenti sociali ad essa connessa, ha trasformato radicalmente la condizione e la politica energetica della Cina.  La Cina continua ad essere il quarto produttore di petrolio al mondo, ma a partire dal 1993 ha dovuto importarne quantità sempre maggiori per soddisfare la sua domanda interna.  Nel 2014 è così diventata il maggior importatore di petrolio al mondo, superando gli Stati Uniti che detenevano tradizionalmente un tale primato.  Le trasformazioni in atto esprimono l’ininterrotto dinamismo dell’economia cinese dei nostri giorni e, insieme, il riorientamento rdella politica energetica degli Stati Uniti, che attraverso la discussa tecnica del fracking hanno trovato nuove risorse interne per le proprie esigenze energetiche.  Nel giro di breve tempo gli Stati Uniti sono destinati a passare da stato importatore a stato esportatore di gas e di petrolio.

Cina oil importLa parola d’ordine dell’approvvigionamento energetico cinese è: diversificazione.  Certo, una notevole parte delle risorse di cui la Cina ha bisogno provengono pur sempre dalle riserve tradizionali del Medio Oriente, ma è notevole anche la proporzione che proviene dall’Africa e dall’America Meridionale.  In prospettiva, si aggiungono le risorse di gas e di petrolio della Siberia orientale, fatte oggetto di un accordo politico con la Russia nel 2014, nel bel mezzo della crisi internazionale per l’annessione della Crimea da parte di quest’ultima.  A prima vista, è un accordo da cui entrambi i contraenti escono vincitori: la Cina, perché riceverà le forniture energetiche ad un prezzo moderato; la Russia, perché nel momento di maggior difficoltà nei suoi rapporti con l’occidente è riuscita a mostrare di non essere isolata nel mondo e anzi, forzando un po’ i termini, di essere una nazione amica del gigante asiatico.  Per la Cina, però, i vantaggi non sono soltanto, e non sono tanto di natura contabile: sono anche e soprattutto di natura strategica.  Il gas e il petrolio arriveranno via terra, attraverso nuove condutture che la Russia si appresta a costruire, e alleggeriranno l’interminabile percorso nei mari dell’Asia Meridionale e Orientale, con le preziose risorse caricate su petroliere giganti, alle quali è a tutt’oggi affidata la massima parte degli approvvigionamenti energetici cinesi.

russia-china-gas-deal-2014A rendere inquieti i cinesi sono la lunghezza, la tortuosità e i costi del grande itinerario marittimo che fa convergere, nell’Oceano Indiano, le rotte che provengono dal Medio Oriente, dall’Africa e dal Mediterraneo (via Canale di Suez) per farle oltrepassare l’affollatissimo stretto di Malacca (un quarto delle merci mondiali passano di qui), attraversare il Mar Cinese Meridionale e raggiungere nella madrepatria i vari porti di destinazione.  Ma ancora più preoccupante è la vulnerabilità di quest’itinerario marittimo che impone la necessità di uno stretto controllo politico sul corridoio chiave di Malacca e sui diversi stati che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale.  Fino ad oggi la stabilità della regione è garantita soprattutto grazie alle buone relazioni che intercorrono fra la Cina da un lato e Singapore, Malaysia e Indonesia dall’altro: la presenza della pirateria in queste acque ha tuttavia condotto a molte situazioni pericolose e ha imposto un’intensa cooperazione internazionale per far fronte a tale rischio.  Di recente, tuttavia, questa stabilità è stata messa in discussione dalla crescente rivalità fra la Cina e alcuni paesi che si affacciano su questi mari (Vietnam, Filippine, e più lontano, il Giappone). Più che timori per il momento presente, i cinesi vivono un’insicurezza strategica sui tempi lunghi: una destabilizzazione dei luoghi da parte di una qualsiasi potenza ostile sarebbe disastrosa per tutta l’economia e la società cinese, mettendo in discussione le sue attuali realizzazioni.  Con in mente tali considerazioni la Cina mira così ad accompagnare il pluralismo delle fonti delle sue risorse energetiche con un pluralismo altrettanto spinto degli itinerari che dovrebbero condurre tali risorse nella madrepatria.

String-of-Pearls - Cina OccidentaleSolo in parte la Cina oggi sceglie di privilegiare itinerari esclusivamente terrestri per procurarsi le risorse energetiche di cui ha bisogno: oltre all’accordo con la Russia, ricordiamo l’acquisto da parte dei cinesi di un’importante compagnia petrolifera kazaka (Petrokazakhstan) e la costruzione di un gasdotto per condurre il gas turkmeno in Cina attraverso l’Uzbekistan e lo stesso Kazakhstan.  La strategia prevalente è però quella di accorciare il percorso via mare delle risorse energetiche e di altre merci, eliminando il lungo tratto finale (compreso il passaggio critico nello stretto di Malacca) e complementandolo con percorsi terrestri più diretti.  Questa esigenza ha condotto alla visione cinese della “catena delle perle”, che ha individuato taluni porti dell’Oceano Indiano particolarmente adatti all’interscambio fra le navi e i percorsi terrestri.  Tali sono il porto di Kyaukphyu in Myanmar (Birmania), da dove prendono il via un gasdotto e un oleodotto per lo Yunnan volti anche ad utilizzare le notevoli risorse energetiche presenti sulla costa birmana; il porto di Chittagong in Bangladesh; il porto di Hambantota in Sri Lanka.                                                             Ma il partner di gran lunga più importante, indispensabile per il successo di questa strategia cinese, è il Pakistan.  Nel 2013 la Cina si è accordata con il Pakistan per la ristrutturazione, l’ampliamento e il controllo delle operazioni del porto di Gwadar, situato sull’Oceano Indiano all’estremità occidentale del Pakistan, nella regione del Belucistan ai confini dell’Iran.  L’area è a tutt’oggi remota e isolata, anche se il suo possesso per il controllo delle vie marittime fra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano era già ambito agli inizi dell’età moderna, quando fu contesa tra il Portogallo e l’Impero Ottomano.  Ma l’approdo delle petroliere e delle navi commerciali a Gwadar per la Cina per la Cina potrebbe significare un taglio decisivo del loro percorso marittimo, ancora più consistente di quelli resi possibili dagli approdi in Bangladesh o in Myanmar.  Da Gwadar alle frontiere sud-occidentali della Cina intercorrono circa 2000 km., un tragitto ben più corto del percorso marittimo tradizionale.  E di questa linea di approvviggionamento approfitterebbero soprattutto le regioni occidentali dello stato cinese, che oggi sono ancora e più che mai percepite come una frontiera coloniale da popolare e da sviluppare.                                                                           karakoram-highway                                                                  E’ già da alcuni decenni che i cinesi hanno messo gli occhi sul corridoio pakistano, per aprirsi la strada verso l’Oceano Indiano.  Grazie al loro contributo è stata inaugurata, nel 1979, la Karakoram Highway, battezzata anche “strada dell’amicizia”: è la strada asfaltata più alta del pianeta, che supera la seconda maggiore catena montuosa del mondo ai 4693 m. del passo Khunjerab.   Nel 2010 la strada però è stata interrotta, nella valle degli Hunza nel Pakistan settentrionale, da un’enorme frana che ha prodotto un esteso lago artificiale: da allora i carichi diretti in Cina devono essere trasbordati in barca per riprendere poi il percorso stradale.  Le presenti difficoltà hanno reso ancora più attuale l’idea di un percorso ferroviario in grado di servirsi opportunamente di tunnel per superare la regione accidentata del Karakorum.  Il problema è che, perché abbia luogo una ricaduta economica positiva, non solo devono essere posate parecchie centinaia di chilometri di nuovi binari dalla Cina al Pakistan, ma deve anche essere riabilitata e ristrutturata l’intera rete ferroviaria pakistana, che oggi versa in uno stato di notevole degrado.                                                                                                             La Cina, però, si sente all’altezza della sfida.  Così nell’aprile del 2015 la visita del presidente cinese Xi Jinping in Pakistan ha condotto a una serie di accordi prospettanti non solo la realizzazione delle infrastrutture di trasporto indispensabili alla creazione del nuovo corridoio strategico fra Cina occidentale (Xinjiang) e Gwadar, ma anche la realizzazione di oleodotti e gasdotti, la cablazione con fibre ottiche, la cooperazione in campo energetico attraverso progetti basati sia sull’energia nucleare sia sulle energie rinnovabili.  E questi accordi di un peso economico estremamente ingente si accompagnano a una cooperazione militare già intensa da parecchi anni, che oggi per il Pakistan appare rendere la Cina un alleato ancora più importante del tradizionale alleato statunitense, e che in prospettiva potrebbe perfino soppiantarlo. Già negli anni della guerra fredda, del resto, Cina e Pakistan avevano spesso condiviso vedute che li opponevano a quello che entrambi consideravano un loro nemico naturale nella regione: l’India.                 Proprio per questo l’intera strategia della “catena delle perle”, e il suo asse fondamentale che è il corridoio infrastrutturale fra Cina e Pakistan, hanno destato notevole allarme nel vicino indiano, che ha sospettato una sua possibile utilizzazione militare.  A ciò la Cina ha reagito non solo con rassicurazioni formali, ma anche con mosse concrete volte alla cooperazione con la stessa India, indicandole come complementari e non come alternative all’asse Cina-Pakistan.  Le dispute di frontiera fra Cina e India permangono forti.  Ma alla fine del 2014 e agli inizi del 2015 vi sono stati due incontri fra Xi Jinping e il nuovo premier indiano, Narendra Modi, il cui risultato più importante sembra essere, per il momento, Continua a leggere

Sochi, Olimpiadi di frontiera. I circassi tra gli imperi

Tevfik Esenç, vissuto in Turchia fra il 1904 e il 1992, è una figura nota agli studiosi impegnati a denunciare e a contrastare la rapida estinzione delle lingue minoritarie, con una grave riduzione della diversità culturale umana, che oggi sta avendo luogo in tutto il pianeta.  Esenç era l’ultima persona in grado di parlare la sua lingua madre: l’ubykh.  Fortunatamente, egli incontrò uno dei più grandi linguisti e studiosi di mitologia del novecento, il francese Georges Dumézil.  Con lui, strinse un vivace sodalizio culturale e umano, da cui è derivata una copiosa testimonianza sulla lingua, la mitologia e la cultura di un popolo sull’orlo della definitiva scomparsa.  Una particolarità che rende l’ubykh una lingua quasi unica al mondo è il suo ricchissimo repertorio di suoni consonantici: ben 84. Altrettanto interessanti sono le sue relazioni con le altre lingue.  Appartiene infatti alla famiglia linguistica delle lingue caucasiche settentrionali (o lingue pontiche), che gli attuali studi sull’albero genealogico delle lingue umane hanno arditamente accostato da un lato al basco, e dall’altro alle lingue sino-tibetane (e quindi anche al cinese).                                                                                                                           Nel giorno dell’apertura delle Olimpiadi invernali, la storia del popolo ubykh acquista attualità per ragioni più immediate.  Perché la sua sede tradizionale era proprio Sochi, con la costa circostante.  Da lì gli ubykh furono improvvisamente scacciati nella seconda metà dell’ottocento, in uno dei tanti episodi di pulizia etnica imposta dai vincitori del momento, di cui è piena l’intera storia dell’Europa orientale e centro-orientale degli ultimi due secoli.                                                                                                      circassi                     Gli ubykh sono (erano) uno delle etnie  componenti del popolo storico dei circassi, insieme agli adyghè e ai cabardini. Da tempi remoti queste etnie erano insediate nelle regioni attorno a Sochi: il litorale nord-orientale del Mar Nero e le montagne interne del Caucaso settentrionale.  Cristianizzati nei primi secoli della nostra era, i circassi divennero islamici al tempo dell’espansione dell’Impero Ottomano (dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453).  Gli ottomani si dedicarono assiduamente al controllo del Mar Nero, sbocco fin da tempi remoti di importanti itinerari commerciali del continente eurasiatico.  Così, dal cinquecento al settecento, il Mar Nero divenne un grande “lago ottomano”: le sue coste erano annesse direttamente all’impero oppure in possesso di stati vassalli (come il khanato di Crimea).                                                                             I russi iniziarono ad affacciarsi nella regione dei circassi nella seconda metà del settecento, in seguito al conflitto plurisecolare che li oppose all’Impero Ottomano.  Questo è uno degli episodi più importanti di quel lungo processo di espansione che ha reso la Russia uno degli assoluti protagonisti dell’età moderna e contemporanea.  Un enorme problema geopolitico della Russia è sempre stato la lontananza del cuore dell’Impero dai mari e degli oceani, e con ciò dagli itinerari commerciali e militari marittimi, ancor più rilevanti dopo la svolta del 1492.  Questa è una delle motivazioni che spinse Pietro il Grande a fondare una nuova capitale, San Pietroburgo, sulle coste del Mar Baltico.  Ma il Baltico rimaneva un mare chiuso (e passibile di un blocco navale allo stretto fra Danimarca e Svezia) e lontano dalle reti di navigazione globale dei grandi imperi del tempo.

Black Sea

Nella seconda metà del settecento l’inizio del declino ottomano apre alla Russia opportunità impreviste.  Il controllo del Mar Nero diventa un obiettivo praticabile, e sembra prospettare un progetto ben più ambizioso: il ripristino dell’impero cristiano a Costantinopoli.  Già all’indomani del 1453 la Russia amava considerarsi legittima erede dell’impero bizantino, e ora non nascondeva la sua ambizione di affacciarsi sul Mediterraneo, in seguito al possesso del Bosforo e dei Dardanelli.  L’obiettivo ultimo si sarebbe rivelato irraggiungibile.  Però le coste settentrionali del Mar Nero si aprirono rapidamente al dominio dell’Impero russo: al tempo di Caterina II, fra il 1774 e il 1783, la Russia sostituì l’Impero ottomano come potenza dominante in Crimea, nel Mare di Azov e in tutta la costa dell’odierna Ucraina.  Dopo un tale successo, l’attenzione della potenza zarista si rivolse a oriente delle sue prime conquiste, e le sue mete divennero  le coste orientali del Mar Nero, insieme alle pendici e alle montagne del Caucaso.

nazione circassaIl territorio dei circassi fu investito in pieno dalla nuova ondata espansionistica russa.  Le prime annessioni coinvolsero la parte orientale della regione, nelle zone montuose abitate dai cabardini.  Dopo anni di fiera resistenza, i focolai di ribellione furono domati nel 1822.  Nel 1829 i russi riuscirono ad eliminare gli ottomani dalle coste circasse ancora in loro possesso e, fra l’altro, dal litorale di Sochi.  Tuttavia il retroterra, di non facile controllabilità, non si piegò ai nuovi dominatori: anzi, i circassi e i loro alleati effettuarono ripetuti attacchi agli avamposti che la Russia aveva costituito lungo il Mar Nero.  La guerra durò fino al 1864, parte integrante di uno scontro generale che oppose la Russia a tutti i popoli del Caucaso interno.  E questo, a sua volta, è un episodio rilevante di una “guerra fredda” che segnò l’Eurasia intera nel diciannovesimo secolo: il “grande gioco” tra Russia e Gran Bretagna per il controllo dell’Asia Centrale e Meridionale.  Anche se il fronte principale di questo conflitto era altrove, fra Afghanistan e Pakistan, il Caucaso fu un fronte per nulla marginale.  I britannici diedero vari aiuti materiali ai  ribelli caucasici (circassi compresi), e talvolta una vera e propria guerra tra le due grandi potenze mondiali fu evitata di un soffio.                           Alla fine del lungo conflitto, i russi furono impietosi con i vinti.  A interi gruppi dei popoli conquistati fu posta l’amara alternativa di venir esiliati in remote regioni dell’Impero russo oppure di trovare una nuova patria nell’Impero ottomano, quale sede naturale delle etnie di religione islamica.  La grande maggioranza delle persone coinvolte scelsero di affrontare Continua a leggere

La balcanizzazione della Siria, nella guerra civile dell’Islam

Le enormi difficoltà che dovettero affrontare le potenze vincitrici della prima guerra mondiale per costruire un “nuovo ordine” europeo sono un tema centrale della storiografia contemporanea:  gli storici hanno messo in evidenza con dovizia di analisi come buona parte dei conflitti che poi sfociarono nella seconda guerra mondiale traggano le loro radici dal clamoroso fallimento delle sistemazioni geopolitiche del 1919-20.  Oggi, alla luce dei conflitti che a quasi cent’anni di distanza continuano a moltiplicarsi nel Medio Oriente, non possiamo non concludere come altrettanto fallimentare sia stata la contemporanea sistemazione post-bellica in questa area: a tutt’oggi i popoli della regione e, insieme, l’Europa e il mondo intero, continuano a subirne le conseguenze.  In particolare, disastrosa si è rivelata l’attitudine dei vincitori di allora (e soprattutto della Gran Bretagna e della Francia) di volere annientare l’avversario. Gli smembramenti concepiti a tavolino dell’Impero Austro-Ungarico in Europa e dell’Impero Ottomano in Medio Oriente continuano a gettare un’ombra lunga sul nostro presente. 

Sykes-Picot

Nel Medio Oriente arabo antecedente al 1914, che era sotto controllo ottomano, l’ordinamento territoriale era del tutto eterogeneo rispetto a quello attuale e non esisteva nulla di simile agli odierni stati di Siria, Libano, Giordania, Iraq (e tantomeno Palestina).  In particolare, il vilayet (“provincia”) della Siria non coincideva con gli odierni confini ma costituiva una sottile striscia che da Damasco si estendeva lungo il corso del Giordano fino a comprendere buona parte, appunto, dell’attuale stato della Giordania.  Il resto del territorio siriano era diviso fra il vilayet di Aleppo, quello di Beirut (che era più esteso del Libano attuale) e il sangiaccato di Zor (che comprendeva la parte desertica orientale lungo il corso dell’Eufrate).  Quando nel 1916 Gran Bretagna e Francia decisero di spartirsi sulla carta il Medio Oriente ottomano, essi non seguirono i preesistenti confini amministrativi, bensì le proprie considerazioni di ordine imperiale e simbolico: da un lato la Gran Bretagna si sarebbe facilitata la connessione fra la parte nordafricana (Egitto) e la parte asiatica (India) del proprio impero globale; dall’altro la  Francia si sarebbe assicurata regioni che ancora ospitavano nuclei consistenti di cristiani delle più varie confessioni, asserendo una continuità con quei legami simbolici, culturali e commerciali che risalivano al medioevo e alla presenza degli stati dei principi francesi al tempo delle crociate.

French Syria states map

Quando nel dopoguerra i francesi entrarono in possesso del territorio desiderato, essi dovettero affrontare direttamente il problema del governo e della coesistenza di una pluralità di culture e di religioni.  E la loro strategia originaria fu di dividere la Siria in vari stati autonomi in qualche modo corrispondenti alle varietà identitarie della regione: ai due stati di Damasco e di Aleppo (popolati in maggioranza da arabi sunniti) si aggiungevano così il Libano (popolato in maggioranza da cristiani maroniti), il sangiaccato di Alessandretta (o Hatay, con una forte presenza turca), lo stato alawita imperniato sulla città di Latakia (gli alawiti sono sciiti, in forte contrapposizione con la maggioranza sunnita) e la regione del Gebel druso.  A loro volta, i drusi sono una religione del tutto particolare, che comprende non solo elementi delle tre religioni monoteistiche ma anche concezioni gnostiche risalenti ai primi secoli dell’era moderna.                                                                                                                   La tormentata evoluzione fra le due guerre del mandato francese della Siria è testimonianza non solo della difficoltà di controllo del territorio, ma anche delle sue fratture ed eterogeneità interne.  Il Libano e lo Hatay andarono per la loro strada: il primo divenne una repubblica autonoma nel 1926 e uno stato indipendente nel 1943; il secondo fu annesso dalla Turchia nel 1939.  Al contrario gli stati di Aleppo e di Damasco (nel 1924) e gli stati alawita e druso (nel 1936) confluirono nella nuova repubblica unitaria della Siria, che acquisì la piena indipendenza all’indomani della seconda guerra mondiale (1946).     Ma non per questo si smorzò la conflittualità ancestrale fra sunniti e sciiti: risalente alle origini stesse dell’Islam, nei secoli del dominio turco era stata ravvivata dalle continue guerre fra l’Impero Ottomano di aderenza sunnita e dall’impero persiano governato dalla dinastia sciita dei savafidi: per questo motivo gli sciiti dell’Impero Ottomano erano oggetto di diffidenza e di discriminazione quali “quinta colonna” del nemico.                                    Il movimento nazionalista siriano fra le due guerre, indipendentista e tenacemente antifrancese, era dominato dai sunniti mentre gli alawiti erano tendenzialmente filofrancesi, e non molto attratti dalla prospettiva di una Siria unitaria.  Ma gli alawiti, insieme ai drusi e ad altri gruppi (pur sunniti) socialmente marginalizzati, divennero una componente decisiva dell’esercito siriano.  Così le prospettive si capovolsero: subito dopo l’indipendenza siriana, nel 1949, un colpo di stato militare rovesciò la classe dirigente che aveva condotto Continua a leggere

La polverizzazione del jihad: UK in prima linea

La barbara uccisione del soldato inglese a Woolwich, cittadina della grande Londra, ha suscitato un’impressione duratura sull’opinione pubblica britannica e mondiale.  L’impatto è stato forse ancora più forte degli attentati con le bombe collocate sui mezzi di trasporto pubblico: a questa modalità terroristica in qualche modo ci si era assuefatti.  Il nuovo fatto di sangue, tuttavia, non fa che confermare le sensazioni già diffuse al momento dell’assalto alla maratona di Boston: oggi è molto difficile tracciare una linea netta di confine tra le operazioni militari condotte da gruppi vicino ad Al-Qaeda in Siria o in Mali e gli attentati “fai da te” che vengono progettati, e purtroppo anche messi in atto, in tutto l’occidente (che in questo caso comprende anche la Russia).  Talvolta i legami con i combattenti islamici sono diretti; talvolta gli attentatori agiscono sotto l’influenza di un predicatore d’odio che ha opera per espandere il fronte della violenza; talvolta si tratta di imitazione pura e semplice.  Ma in ogni caso menti e obiettivi dei fondamentalisti islamici sono molto simili, sia che combattano nei tanti fronti caldi dei conflitti aperti in Asia e in Africa, sia che operino negli scenari apparentemente pacifici delle città europee e nordamericane.

Anjem-Choudary1

Oggi ogni stato europeo possiede una piccola minoranza di suoi cittadini convertiti al fondamentalismo islamico con le più svariate motivazioni.  Tuttavia la condizione dei musulmani immigrati nei paesi europei è molto diversificata, e per combattere efficacemente il terrorismo bisogna sempre tener presente questa diversificazione.  In Germania, infatti, la maggioranza degli islamici è di origine turca o curda, relativamente aperta e tollerante, e talvolta perfino laica. Nei paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna), la maggioranza è di origine maghrebina, e quindi dagli orientamenti molteplici se non opposti, come mostrano le stesse vicende interne dei loro paesi di origine.  Invece nel Regno Unito buona parte dei musulmani è di origine nigeriana o pakistana: proviene da paesi in cui oggi l’integralismo è estremamente forte, e in cui gruppi integralisti si dedicano a condurre una loro personale guerra santa contro i cristiani o contro l’occidente.  La piaga dei predicatori d’odio nel Regno Unito sta diventando di massa.  Tristemente noto è l’avvocato di origine pakistana Anjem Choudary, che ha esaltato sia l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2011 sia il recente assassinio di Woolwich, e ha prospettato un’introduzione di una sua versione della legge islamica nel Regno Unito, di cui le prime vittime sarebbero i gay.  Dichiara esplicitamente la sua avversione alla democrazia, ai diritti umani, all’idea stessa di stato. Per di più, in quanto avvocato, costui sa districarsi molto bene nei meandri della legge per continuare ad esercitare la sua influenza distruttiva.

antifascismo

Le reazioni nel Regno Unito ai fatti di Woolwich sono state contrastanti ma nel complesso all’insegna di una certa maturità, e questo nonostante l’ascesa di una forza politica di destra (UKIP) che prende fortemente le distanze dalla prospettiva di una società multiculturale, nonché dei tentativi di strumentalizzazione da parte di forze parafasciste (come il BNP, British National Party).  Certo, non sono mancati assalti alle moschee e ai centri culturali islamici.  Ma il popolare sindaco di Londra Boris Johnson ha dato coraggio all’opinione pubblica indicando che la migliore risposta della società è quella di continuare a restare aderenti ai valori che informano una società aperta, come già al tempo degli attentati.  E intanto hanno avuto successo le manifestazioni del gruppo di pressione Unite Against Fascism, che ha il supporto delle forze politiche tradizionali e anche del primo ministro David Cameron.                           Però il problema di una radicalizzazione della gioventù islamica sul suolo inglese rimane pressante.  Anche se si sono riconosciute grosse carenze nella sorveglianza di taluni gruppi e ambienti potenzialmente pericolosi, il processo alle intenzioni resta pur sempre difficile.  E  sul piano legale non è agevole pensare a leggi speciali che non rischino di limitare una tradizionale libertà di pensiero e di espressione di una compiuta democrazia moderna.  Potrebbero persino apparire una capitolazione al nemico.                         Proprio per questo sono significativi gli sviluppi di un movimento antiintegralista (“controestremista”, come si definisce) nella stessa società islamica inglese: la Quilliam foundation, che si è dato come compito quello di combattere l’appiattimento dell’islam sul fondamentalismo e di sposare le cause del pluralismo, della modernizzazione culturale e della democrazia.  Il fatto più interessante è che i suoi condirettori, Maajid Nawaz ed Ed Husain provengono da esperienze di militanza in movimenti integralisti, il che dà loro una

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La Turchia: crocevia dei destini eurasiatici

Oggi la Turchia è al centro degli interessi dell’opinione pubblica internazionale.  Le ragioni sono molteplici: il suo stretto coinvolgimento nella guerra civile in Siria, della quale la Turchia è vittima e parte attiva nello stesso tempo; la speranza di una progressiva soluzione della questione curda, che aveva condotto a un intermittente guerra civile interna; il lento procedere dei negoziati di adesione all’Unione Europea, rispetto alla quale i governi e i politici europei continuano ad essere quanto mai divisi; l’altrettanto lento consolidamento di uno stato di diritto secondo i canoni e i valori occidentali, talvolta frenato da comportamenti assai dubbi delle autorità giudiziarie e poliziesche.  Questa nuova centralità della Turchia nelle relazioni internazionali non è nuova e risale già al tempo della fine della guerra fredda.  Ma è indubbio che gli avvenimenti recenti nelle coste orientali e meridionali del Mediterraneo, e nel mondo arabo in genere, l’abbiano portata ancor di più in primo piano.

turchia siriaNon è tanto la posizione geografica a rendere la Turchia così cruciale nell’intero contesto eurasiatico, quanto le sue vicende storiche, recenti e remote. In quanto discendente dell’Impero Ottomano, essa ha intessuto profondi legami con i popoli del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale, dei Balcani.  D’altra parte il popolo turco è il risultato della fusione degli antichi popoli sedentari che abitavano l’Impero bizantino con i popoli nomadi che nel medioevo irruppero in Asia minore da oriente, e che avevano come sede originaria le regioni della Mongolia occidentale.  Sul piano etnolinguistico, i turchi sono imparentati con gli azeri del Caucaso, con gli uiguri del Xinjiang cinese, con gli jakuti della Siberia, con molti popoli dell’Asia Centrale: kazaki, uzbeki, kirghisi, turkmeni.  Da quando l’Asia centrale è diventata la sede delle ambizioni e dei conflitti mascherati delle grandi potenze globali, la Turchia ha opportunamente rinsaldato le relazioni culturali e politiche con tutti questi popoli.

califfato ottomano

L’influenza culturale turca nel mondo islamico è salda e di lunga data.  Nel suo processo di espansione, l’Impero Ottomano nel cinquecento aveva conquistato i luoghi sacri dell’Islam nella penisola arabica: per questo il sultano si era conferito anche il titolo di califfo, cioè di guida spirituale per tutti i musulmani.  E il califfato durò per secoli, e fu abolito soltanto all’indomani della prima guerra mondiale, quando  la Turchia era ormai diventata una repubblica.                                      Lo stretto laicismo di Atatürk aveva posto fra parentesi l’identità islamica della Turchia.  Tuttavia il forte nazionalismo che ne è derivato, mettendo in primo piano l’identità etnica dei turchi, aveva nuovamente privilegiato l’islam come religione della maggioranza della nazione, soprattutto in contrapposizione alle minoranze cristiane.  Il quadro è poi notevolmente mutato con l’ascesa del partito islamico “moderato” di Erdogan.  L’ambizione del nuovo governo è diventata quella di mostrare all’intero mondo islamico la piena compatibilità fra islam e democrazia, cercando altresì (con molti tentennamenti e regressioni) di rafforzare l’immagine della Turchia come stato di diritto all’occidentale.  Proprio per questo la primavera araba è stata percepita dal governo turco come un

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