Taksim, Istanbul: una piazza fra molti mondi

La rivolta urbana di Piazza Taksim a Istanbul si presta a molte letture, e ognuna di queste può apportare un contributo alla comprensione.  I fatti che hanno luogo in questi giorni in Turchia sono comunque una conferma del ruolo mediano di questo paese negli scenari globali.  Perché quanto avviene a Taksim è ad un tempo molto europeo e molto nordafricano/mediorientale. Da un lato esprime la rabbia di un movimento dei cittadini, che aspirerebbero a essere consultati sui grandi progetti di trasformazione urbana riguardanti la propria città, oggi imposti dall’alto.  Da un altro, questa “primavera turca” ha certamente alcuni tratti in comune con i sommovimenti del mondo arabo di questi anni e, soprattutto da parte dei giovani e delle donne, è una condanna delle contraddizioni della via “islamica moderata” adottata dal partito AKP oggi al potere.

taksim

Istanbul è una città che negli ultimi decenni si è dilatata fuori misura, ospitando nei suoi sobborghi le continue ondate di immigrazione dall’intera Anatolia.  Nello stesso tempo è stata fatta oggetto di notevoli speculazioni e cementificazioni che rischiano di stravolgere il panorama umano tradizionale, fatto ancora di vita di quartiere e di relazioni dirette.  L’idea di costruire un ulteriore centro commerciale a Gezi Park, uno dei pochi “polmoni verdi” al centro della città, è percepita come infelice sia dal punto di vista pratico sia dal punto di vista simbolico.  E intanto procede il processo di gentrification, per cui il tessuto ancora popolare dei quartieri storici viene infranto per far posto a costruzioni di maggior rendita economica, sia a scopo commerciale che abitativo, ma di dubbio valore urbanistico e architettonico.  Il timore dei cittadini che la città perda la sua tradizionale porosità, tipica della città mediterranea, per intraprendere una presunta mondializzazione falsa e forzata è più che giustificato.  Senza contare che oggi Istanbul affoga nel traffico e che i nuovi progetti viari e autostradali (come il terzo ponte sul Bosforo) rischiano di aggravare, piuttosto che di alleggerire la situazione.                                                              Ma naturalmente questa è una lettura parziale del malcontento contro il primo ministro Recep Erdogan.  A lui e al suo partito viene anche imputata un’islamizzazione strisciante che tocca la vita quotidiana dei cittadini.  Sono state approvate leggi che limitano il

raki

consumo di bevande alcoliche nelle ore notturne.  E soprattutto non verranno date licenze alcoliche ai nuovi locali situati in prossimità di moschee o di edifici pubblici: il che limita fortemente le possibilità di queste licenze, data la fitta rete di moschee e di edifici pubblici nell’urbanizzatissima Istanbul.  Non è marginale che i giovani di piazza Taksim tengano in mano le bottiglie di birra come segno di identità.  Come non è marginale che sia in atto un conflitto simbolico a proposito la definizione della bevanda nazionale turca: il raki, la bevanda alcolica a base d’anice amata dai laici, o l’ayran, la mescolanza analcolica di yogurt e acqua privilegiata dagli islamisti?  Altrettanto fastidioso viene percepito il moralismo sessuale del regime: ad Ankara è stata inscenata una manifestazione di “baci di massa” in una stazione della metropolitana, che la polizia ha puntualmente combattuto appunto con la motivazione che andava contro il codice di comportamento normativo per i luoghi pubblici.  In questo senso la società turca dei nostri giorni ha certo evidenti aspetti in comune con le società degli altri paesi islamici mediterranei dopo le “primavere arabe”: una società profondamente divisa – nei costumi prima ancora che nelle ideologie – fra laici e islamisti, anche se in questo caso la frangia islamista estrema (quella che nell’Africa settentrionale è espressa dai salafiti) è molto marginale.                                                                                                                                 Nelle vicende turche dei nostri giorni esiste però anche una componente particolare, non direttamente comparabile né con l’Europa né con il mondo islamico.  E’ la rivolta di una società stanca di autoritarismo, di quella “democrazia dimezzata” che ha accompagnato tutta la storia dello stato nazionale turco dalla sua fondazione ad oggi.  E’ noto come lamodernizzazione dello stato nazionale e della società turca condotta in maniera vincente da Atatürk all’indomani della prima guerra mondiale sia stata esercitata in forme assai autoritarie, conformemente alle pratiche europee dell’epoca.  E l’autoritarismo è continuato con i ripetuti colpi di stato militari, che hanno fortemente vincolato gli sviluppi della democrazia turca.  Per quanto riguarda la vita quotidiana del cittadino, vi è soprattutto una tradizione di forti limiti imposti alla libertà di opinione che continua ancor oggi.  Così nel 2005 il Premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk è stato messo sotto accusa per “offese all’assemblea nazionale turca”, per la sua denuncia del genocidio armeno e della questione curda con voci non conformi alla linea politica ufficiale.  Oggi invece, in un momento in cui la linea politica ufficiale è islamista, è capitato al pianista di fama mondiale Fazil Say, inviso al governo in quanto ateo dichiarato, di essere condannato a dieci mesi di prigione con la condizionale per una presunta diffamazione della religione con messaggi su Twitter.                                                                                                                                 Questo autoritarismo continua a modellare il comportamento delle forze di polizia turche, considerato unanimemente brutale e aggressivo nei confronti delle intenzioni fondamentalmente pacifiche dei cittadini.  E l’autoritarismo del primo ministro Erdogan ci appare un complesso impasto di islamismo, di nazionalismo tradizionale e di decisionismo manageriale degno di miglior causa.  A ciò si aggiunge un carattere personale poco incline ai compromessi, che contrasta con l’attitudine più “levigata” dell’attuale Presidente della Repubblica, Abdullah Gül.                                                                                                       Inoltre l’irrigidimento di Erdogan potrebbe dipendere anche da speculazioni di natura elettorale, dalla convinzione di avere saldamente in mano la base elettorale del suo partito AKP e di poter trarre vantaggi da un “richiamo all’ordine” agli occhi dello strato della popolazione conservatore.  E’ viva la tentazione di una “prova di forza” in occasione delle prossime elezioni municipali nel 2014.  Ma Erdogan potrebbe aver sbagliato i conti perché anche i suoi oppositori si stanno attrezzando per tale occasione.  E non è detto che anche la parte più islamica della nazione sia consenziente al suo crescente autoritarismo: fra le manifestanti a Gezi Park i veli sono frequenti.                                                                   Certo è che Erdogan ha sbagliato i conti nei confronti dell’opinione pubblica e dei politici internazionali.  La sua notazione inappropriata che anche la polizia statunitense avrebbe agito brutalmente contro le manifestazioni del movimento Occupy Wall Street è stata rigettata come falsa.  In ogni caso egli sta mettendo seriamente in gioco la sua reputazione di elemento affidabile e di mediazione per l’accesso della Turchia nell’Unione Europea, che recentemente era stata ribadita anche dal ministro degli esteri tedesco Westerwelle.

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