Brasile, Turchia: la ricerca di una migliore qualità di vita

Recep Erdogan, il primo ministro turco, ha proposto lui stesso un paragone tra gli eventi della Turchia e quelli del Brasile.  Ma la sua interpretazione è stata tendenziosa, anzi irresponsabile: si è servito del paragone per alimentare una fantasiosa teoria della cospirazione, secondo la quale sia la Turchia che il Brasile sarebbero colpiti da chi invidia il loro successo economico presente. Lasciando da parte Erdogan, però, è indubbio che fra la Turchia e il Brasile di questi giorni ci siano manifeste convergenze, che risaltano ancor di più data la completa diversità sul piano storico, politico, culturale, religioso delle società in questione.  Forse quella più evidente è nella modalità stessa dei sollevamenti.  I movimenti sono stati auto-organizzati, e il loro successo è dovuto a un effetto valanga: sono partiti da una questione locale, con obiettivi limitati, e poi sono dilagati al di là di ogni aspettativa, compresa quella dei loro stessi iniziatori.  Almeno fino ad oggi, non hanno una vera e propria leadership o comunque le loro leadership sono molto allentate e decentrate.  Continuano a essere “rivoluzioni dei senza nome”, come in questi stessi giorni veniva ricordata la sollevazione della Germania orientale nel 1953.

sao pauloAncora più significative, però, sono le convergenze sui contenuti della protesta.  In entrambi i casi la scintilla è venuta da questioni concrete della vita quotidiana dei cittadini, che toccano però il tema centrale dello sviluppo urbano e della necessità di adottare visioni e strategie molto differenti da quelli oggi praticate.  Se a Istanbul si trattava della difesa di un parco che ha una funzione importante nella vita della città, a San Paolo la ribellione si è originata per la questione del trasporto pubblico.  Lo stato è considerato colpevole di richiedere di più (il famoso aumento dei 20 centavos) e di offrire di meno.      In Brasile come in molte altre parti del mondo lo sviluppo degli investimenti nell’ambito del trasporto pubblico non tiene il passo con le  esigenze della mobilità dei cittadini delle grandi aree urbane.  Per di più l’aumento del traffico automobilistico incrementa ulteriormente le difficoltà di circolazione del trasporto di superficie, con effetti disastrosi sui tempi di percorrenza.  Il cocktail è micidiale: alle maggiori esigenze dei cittadini si risponde con una qualità del servizio sempre decrescente.  E a questo si aggiunge il severo inquinamento atmosferico dovuto alle emissioni dei gas di scarico di auto e autobus, con gravi conseguenze per la salute dei cittadini.  Questo, fra l’altro, è oggi diventato un problema enorme per la stessa Cina. E anche la Cina, con tutta la sua attuale ricchezza e i suoi giganteschi piani di sviluppo delle ferrovie metropolitane in tutte le aree urbane, corre il concreto rischio che il processo gli sfugga di mano. Il Brasile, tanto per fare paragoni, è oggi ancora meno attrezzato della Cina.  San Paolo è famosa in tutto il mondo per i suoi terribili ingorghi stradali, e l’estensione della rete metropolitana oggi in atto non riesce a tenere sotto controllo il traffico privato.

traffico san paoloUna seconda affinità fra Turchia e Brasile è che in questo momento i cittadini, e soprattutto i giovani, non riescono a dare uno sbocco propriamente politico alla loro opposizione alle scelte governative. In entrambi i casi, per motivi molto diversi, i sistemi politici sono irrigiditi.  In Turchia il principale partito di opposizione, il CHP di orientamento laicista fondato dallo stesso Atatürk, è troppo diviso al suo interno su questioni fondamentali per risultare al momento un’alternativa credibile.  Basti pensare alla questione curda: nel CHP convivono sia curdi impegnati nel loro movimento di emancipazione, sia ultranazionalisti che vorrebbero negare ad essi ogni autonomia.  Quanto al Brasile il panorama dei partiti è molto frammentato: l’attuale presidente Dilma Rousseff si appoggia su una coalizione di 10 partiti.  Così anche nelle forze al potere trovano spazio molte espressioni dei potentati locali tradizionali.  Il fatto che oggi il governo brasiliano conti 39 ministeri la dice lunga sul gioco di equilibrio che anche l’attuale presidente deve far fronte rispetto alle esigenze fondamentalmente conservatrici dei suoi “grandi elettori”.                                                                                                                     Ma la maggiore attualità dei movimenti di protesta in Turchia come in Brasile sta nella loro critica implicita al modello di sviluppo economico in atto nelle nazioni ascendenti del mondo (e vale certamente per la stessa Cina).  Fino ad oggi i successi di questo modello hanno consentendo l’emergenza di classi medie, e di una società civile in senso proprio, in paesi che tradizionalmente ne erano carenti.  Ma oggi queste stesse classi si vedono negate quell’ampliamento dei diritti civili e quelle richieste di maggiore democrazia partecipativa per cui si sentono politicamente e culturalmente mature.  Peggio ancora, dinanzi ai possibili rallentamenti dello sviluppo economico queste classi si sentono sacrificabili: le forti diseguaglianze che fino a ieri caratterizzavano queste società continuano a gettare un’ombra anche sul loro domani.  E’ come se il modello BRICS tanto lodato disveli, dietro la cosmesi della modernizzazione, un profondo radicamento nella visione tradizionale di una stratificazione sociale relativamente netta e rigida.                    La perdurante inadempienza dello stato non solo rispetto alle infrastrutture di trasporto ma anche rispetto al sistema educativo e al sistema sanitario viene percepita quindi sia nei suoi concreti impatti negativi sulla qualità della vita quotidiana sia nella sua indicazione simbolica di un limite strutturale alle possibilità di emancipazione dei cittadini.  E una tale questione allora fuoriesce dai limiti del Brasile, della Turchia e della Cina per toccare anche i punti nevralgici dell’attuale condizione dei cittadini statunitensi ed europei.  Non a caso la politica statunitense, almeno da Roosevelt in poi, è lacerata dall’opposizione fra chi considera le forti diseguaglianze come endemiche alla società e chi mira ad operare per un’effettiva redistribuzione del reddito.  E non a caso, nel primo come nel secondo mandato di Obama,  le questioni della sanità, dell’istruzione e delle infrastrutture pubbliche sono affiorate spesso al centro del dibattito pubblico.  Oggi una delle principali ragioni di conflitto e di paralisi non solo per la politica, ma per l’intera società statunitense è l’opposizione fra il presidente democratico e il congresso repubblicano, che hanno opinioni contrastanti proprio sul fatto se la politica possa e debba intervenire per riequilibrare quelle diseguaglianze che oggi anche negli Stati Uniti sembrano aumentare invece che diminuire.                                                                                                              In questo senso le questioni poste dai movimenti della Turchia e del Brasile coinvolgono direttamente anche e soprattutto i cittadini europei.  Dinanzi alla presente crisi, se le classi medie in Brasile o in Turchia soffrono dolorosamente per non potere andare avanti, le classi medie europee sono dominate dalla paura di essere risucchiate indietro.  La sensazione di un peggioramento della qualità della vita quotidiana è diffusa, e altrettanto diffusa è la sensazione che la politica rimanga insensibile rispetto alle priorità dei cittadini.  In un momento di scarse risorse la questione non è quella dell’investire o del non investire, ma del come e dove investire, ed è su questo che i cittadini si sentono esautorati.            Da questo punto l’Italia è nell’occhio del ciclone.  Pensiamo solo alla questione del trasporto pubblico e del diritto alla mobilità dei cittadini:  qui le affinità fra l’Italia e il Brasile sono evidenti e persino inquietanti. Anche da noi, soprattutto da noi, dominano una generale sottovalutazione del problema; una scarsa propensione agli investimenti sul breve periodo senza considerare la loro redditività sui tempi lunghi; una rassegnazione al fatto che il caos di un trasporto privato non governato continui ad attentare all’estetica e all’aria delle nostre città.  In questi giorni in Brasile è diventato un luogo comune ripetere la tradizionale affermazione per cui un paese ricco non è quello in cui i poveri posseggono l’auto, ma quello in cui i ricchi usano il trasporto pubblico.  Senz’altro in Italia dobbiamo ancora meditare a lungo sulla necessità di un rapido riorientamento dei modelli di sviluppo urbano.

 

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