Ucraina, le ombre di un secolo lungo: le ossessioni della Russia, le mancanze dell’Europa

Subito dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, lo storico inglese Eric Hobsbawm incarnò il comune sentire del momento in una felice espressione: il ‘secolo breve’, 1914-89, era ormai alle spalle, con tutte le sue guerre e le sue tragedie.  Ma oggi, alla vigilia della scadenza dell’anniversario del 1914, si fa strada una sensazione quasi opposta: il ‘secolo breve’ ci appare come un ‘secolo lungo’, che ancora non vuole passare e che ci tiene prigionieri.  Sì, a tutt’oggi Berlino e dintorni – la Germania, l’Europa occidentale e buona parte dell’Europa centro-orientale – restano fedeli all’unica vera invenzione politica e istituzionale degli ultimi decenni: la sovrapposizione di sovranità prospettata (e non ancora pienamente attuata) dall’Unione Europea.  Ma da tutte le parti i conflitti aperti nell’ultimo secolo, o prima ancora, continuano a congelare i popoli e le nazioni: le frettolose linee di divisione messe in atto tra Israele e paesi arabi nel 1948 e fra India e Pakistan nel 1947; la spartizione coloniale del Medio Oriente subito dopo la prima guerra mondiale; l’inimicizia radicata fra Cina e Giappone che risale almeno al 1895, quando la Cina sconfitta dovette cedere al Giappone Taiwan e lasciargli mano libera in Corea.  E la “nuova guerra fredda” che incombe dopo le intromissioni della Russia in Ucraina ci porta ancora più indietro: alla situazione internazionale nel corso dell’ottocento, quando il conflitto mondiale principale e persistente era fra Russia e Gran Bretagna.

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La concezione dei confini e della politica internazionale che oggi motiva e muove la Russia di Putin è esattamente quella della Russia imperiale dell’ottocento.  Il confine è una linea di divisione che separa un dentro e un fuori, un noi e un loro.  La politica internazionale è un gioco a somma zero in cui alle mie vittorie fanno da contrappunto le sconfitte altrui, vittorie tanto più apprezzate quando suonano come rivincite delle proprie sconfitte e delle vittorie altrui del passato.  Questa visione, naturalmente, non era solo russa, ma era condivisa da tutti gli imperi e da tutte le nazioni europee dell’ottocento.  Presiedeva alla sistemazione dei confini europei dell’Europa post-napoleonica (Congresso di Vienna, 1815), quando gli antichi universalismi dell’Impero Germanico e della Chiesa di Roma erano ormai svaniti nel nulla.  E nel corso di tutto l’ottocento si era irrigidita in Europa ed era dilagata nel mondo, coinvolgendo aree e popoli per i quali le esperienze dei confini lineari e delle sovranità assolute, esclusive e rivali erano aliene: pensiamo all’Africa, ai nativi dell’America Settentrionale o, ancora, ai popoli nomadi delle steppe dell’Asia Centrale.  In Europa, la convinzione che il successo della nazione si misuri con le sue vittorie nei giochi a somma zero ha precipitato il continente in una distruttiva “guerra civile” che ha incendiato l’intero pianeta (1914-45).  Nel mondo, le spartizioni imperiali e coloniali fra possessi territoriali e aree di influenza ostacolano ancor oggi le convivenze fra le molte etnie e religioni dei singoli stati post-coloniali (l’Africa e il Medio Oriente sono casi fin troppo drammaticamente esemplari).

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Naturalmente altre visioni, altri giochi sono possibili, e sempre più necessari.  I confini possono essere ritradotti come luoghi di sovrapposizione e di integrazione fra culture, identità e qualche volta persino sovranità, come nuclei di emergenza e di sperimentazione di nuove forme di cooperazione economica e sociale.  Gran parte delle nazioni e dei popoli europei hanno iniziato ad elaborare una tale visione non per una loro particolare lungimiranza, ma perché costretti dai risultati autodistruttivi della visione tradizionale. Mentre negli ultimi decenni l’Unione Europea ha goduto di notevole successo per la reinterpretazione dei suoi confini interni, ha però sottovalutato la possibilità di una reinterpretazione dei suoi confini esterni.  Anzi, ha trascurato l’intera questione.                Se c’è un territorio in cui le culture, le identità, la storia e le storie dell’Europa e della Russia si sovrappongono questa è l’Ucraina: frontiera nel presente per la varietà delle identità culturali dei suoi abitanti, frontiera nel passato per la molteplicità degli influssi di Roma e di Costantinopoli, di Varsavia, di Mosca e di Vienna.  Ciò è esattamente quello che vogliono negare la visione e le azioni della Russia di Putin.  Ma per potere contrastare efficacemente questa visione e queste azioni, bisogna chiedersi se non l’abbiamo negato anche noi.                                                                                                                                    Il problema cruciale, per l’Europa e per gli Stati Uniti, non è Putin, ma il consenso che le sue mosse oggi ricevono dal popolo russo: consenso che non si spiega soltanto sulla base della completa e voluta disinformazione di quanto avviene effettivamente in Ucraina.  Anzi, è probabile che Putin sia così deciso nella sua linea di condotta proprio al fine di

mantenere e rinsaldare il consenso interno col richiamo al nemico esterno, attraverso una strategia ben nota e consolidata in tutti i regimi autoritari.                                                   Nel 1991 la disgregazione dell’Unione Sovietica non è stata una responsabilità occidentale.  E’ stata il risultato di una sorta di congiura dall’alto dei leader e dei gruppi al potere nelle singole Repubbliche federate, contro il tentativo riformista di Gorbaciov ormai troppo indebolito dall’oscura vicenda del colpo di stato.  Come in Serbia e in altri paesi, il ricorso al nazionalismo è stato una via privilegiata per restare in sella dopo il fallimento del comunismo, anche perché il comunismo stesso era sempre stato impregnato di nazionalismo.  In alcuni paesi, e certamente in buona parte della stessa Ucraina, l’inattesa piega degli eventi ha alimentato i sentimenti popolari di chi si è sentito liberato dal giogo di Mosca.  Ma in Russia una tale sensazione non ha prevalso.  Anche chi non amava particolarmente il passato regime ha vissuto gli avvenimenti all’insegna della frustrazione, della precarietà, della perdita.  Ancor più difficile diventava la situazione dei cosiddetti “piedi rossi”: dei circa 25 milioni di russi che vivevano nelle altre Repubbliche federate, per i quali i confini interni dell’Unione Sovietica non possedevano significato alcuno e che ora si trovavano ad un tratto in una situazione di problematica convivenza con le etnie del luogo, spesso mal disposte nei loro confronti dopo decenni o secoli di dominazione imperiale.                                                                                                                               Così ha potuto sorgere il mito di una congiura occidentale dietro lo scioglimento dell’Unione Sovietica.  Così il giudizio di Putin della fine dell’Unione Sovietica quale peggiore catastrofe geopolitica del novecento ha trovato in Russia un consenso quasi incondizionato.  Così si è fatto strada il progetto coerente della ricostruzione di un impero, che esisteva ben prima dell’Unione Sovietica e del 1917, utilizzando strumentalmente

transnistria

le contraddizioni e i paradossi che le astruse sistemazioni territoriali dell’età sovietica avevano lasciato in eredità agli stati suoi eredi: prima fra tutti quella dei confini fra le Repubbliche, che è quanto di più invivibile poteva essere escogitato. La repubblica di Moldavia era stata creata sotto Stalin unendo una parte predominante romena con la regione della Transnistria, che non era mai stata romena e che vedeva una forte presenza russa e ucraina: e così è stata proclamata la secessione filorussa della Transnistria, oggi da lungo tempo congelata.  L’etnia caucasica degli osseti era stata divisa in due repubbliche autonome sovietiche, una (settentrionale) appartenente alla Russia e una

Ossezia

(meridionale) alla Georgia: quando la Georgia è diventata indipendente la Russia ha favorito la secessione dell’Ossezia meridionale, allettando gli osseti con la possibilità di riunire la loro etnia. E oggi la Crimea è diventata terreno esplosivo perché, da russa che era, era stata ceduta all’Ucraina da Nikita Krusciov del 1954,  per motivi non chiari: nelle dichiarazioni ufficiali si parlava di razionalizzazione economica, ma certamente hanno giocato un ruolo anche motivi di razionalizzazione militare e, insieme, una limitata concessione al nazionalismo ucraino del tempo, proprio per confinarlo nello stretto quadro di appartenenza all’Unione (Krusciov stesso, notiamo, era nato assai vicino al confine ucraino).                                                                                                                           Ecco, l’Unione Europea ha poco compreso e ancor meno elaborato la frustrazione del popolo russo, né ha percepito quanto virulente fossero ancora le ferite, da ogni parte.  Non ha saputo rivolgersi allo società civile e anche a quella politica russa, con tutte le difficoltà comportate dalla presenza di un regime autoritario, diffondendo il piccolo germe della prospettiva di una sovrapposizione fra Europa e Russia per la cogestione del vasto terreno della frontiera.  E prospettando l’associazione con l’Ucraina forse non si è concentrata sull’innovazione istituzionale necessaria per far sì che l’Ucraina con l’Europa non significasse necessariamente l’Ucraina senza Russia.  I processi di associazione e di adesione all’Unione Europea sono inevitabilmente e fortunatamente centripeti: da un “fuori” si viene attirati verso un “dentro”.  Ma ai confini dell’Europa ci possono essere altri centri, e le loro relazioni non devono essere governate dalla legge del più forte.                   Il fatto è, che a breve termine, la ricostituzione di un simulacro dell’impero russo mira a perseguire un’Ucraina senza Europa.  Non dimentichiamo che la fase acuta della crisi ha preso il via da un contrasto esplicito tra la volontà popolare di molti ucraini, desiderosi di avvicinarsi il più possibile all’Unione Europea, e il principio di “sovranità limitata” con cui Mosca persiste nel considerare la condizione di Kiev.  Staccare l’Ucraina dall’Europa è diventato per Putin un obiettivo strategico, per la sopravvivenza stessa del suo regime autocratico.  Nel 1968 una delle motivazioni principali dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia era la paura del “contagio” delle idee riformiste.  Oggi c’è un timore analogo: che il crollo di un regime autoritario e corrotto alla frontiera della rinascente potenza imperiale possa incunearsi anche verso il centro, possa diffondere nuovamente fra i giovani l’ideale di una democrazia reale e compiuta.  Le parole reboanti del nazionalismo sono una strategia efficace e benvenuta per stornare questo rischio.             In un certo senso la “nuova guerra fredda” è già in atto, ma questo non significa che i canali di comunicazione fra Occidente e Russia si interrompano, come del resto abbiamo già visto persino nei momenti più critici della seconda metà del novecento.  E allora appare chiaro come un “nuovo disgelo” possa aver luogo solo se si faranno lentamente strada nuovi modi di intendere le relazioni internazionali, i territori, i confini, le identità, le sovranità, la storia, le nazioni.                                                                                                   Sul piano immediato, una durezza programmatica dell’occidente è inevitabile e dovuta.  Anche se è stato giustamente osservato, nell’occidente stesso, quante volte gli Stati Uniti abbiano compiuto violazioni analoghe (l’Iraq è una ferita aperta), questa non è una buona ragione per minimizzare le enormi violazioni del diritto e della prassi internazionale che oggi hanno luogo in Crimea.  Ma sul piano delle idee, l’occidente e soprattutto l’Unione Europea devono evitare di dare una risposta simmetrica alla Russia di Putin.  L’Unione deve prospettare un’Europa inclusiva, e non esclusiva.  Deve sottolineare come tutti i necessari passi di aiuto e di associazione dell’Ucraina non comportino l’esclusione della Russia, e anzi lascino aperta la possibilità di una sua inclusione futura.  Deve lavorare sulle contraddizioni di una Russia che si autoesclude, non già alimentare l’immagine di una Russia esclusa a forza.                                                                                                     Bisogna mettersi anche nei panni dell’avversario, non per compiacerlo, ma per risvegliarlo.  E’ l’unica strada per andare verso il futuro, per chiudere il “secolo lungo”.  E forse, alla fine di questa strada, la Russia potrebbe comprendere che per se stessa sia di gran lunga meglio associarsi all’Unione Europea piuttosto che correre rischi enormi per impedire l’associazione dell’Ucraina.  In questo momento buio, questa appare utopia.  Ma è nei momenti più bui che la visione deve rischiarare ancor di più i nostri passi.

 

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